BALLATA IX.
Chiesegli Elai: «Vuoi tu, sir di Brolangia,
«sopra tutta la terra alzar tuo soglio?»
Ed il sir: «Ben io voglio!
«Or tu dammi, che ’l segua, il tuo comando.»
«Sorgi dunque da l’ombra e t’incammina
«pe ’l sentier ch’io t’addito,
«fin che tu giunga in riva de ’l ruscello,
«ove un giorno la fata Vigorina
«adagiò ne ’l fiorito
«letto de l’erbe il corpo agile e bello;
«ed il magico anello
«che fiammeggiava più che foco vivo
«mise, come in un dito,
«ne ’l verde stel d’un giglio ancor captivo;
«e sognò, me’ che in letto di sciamito,
«a ’l murmure de l’acque fuggitivo.
«Or trarre ti convien da ’l gambo snello
«il fin tesoro, là dov’io ti mando.»
BALLATA X.
Surse pronto il re musico; ed il lesto
piè mosse in cerca de ’l beato giglio.
E a l’antico giaciglio
di Vigorina giunse trepidando.
Vide lo stelo e vide anche l’anello;
e lo stel ne ’l cerchietto
pareva il dito fragile e mortale
d’una ninfa cangiata in arboscello.
Ma il sire, a tal conspetto,
non osò porre la sua man regale
su l’anello fatale;
poichè, da quando l’erbe a Vigorina
furon fiorito letto,
il giglio erasi aperto a la divina
luce, non più da ’l calice constretto;
e Astíoco, in tòr la pietra alabandina,
infranto avrebbe il giglio verginale
che a ’l sol ridea, sì dolce palpitando.—
BALLATA XI.
Questo narrò la mia favolatrice.
Ed a me parve che un incantamento
fluisse da quel lento
eloquio, tutti i boschi affascinando.
Com’ella tacque, il fremito de ’l suono
mi tremolò sì viva—
mente a’ precordi ch’io rimasi assorto
nel mio diletto ripensando a ’l buono
Astíoco.—E se a la riva
d’oro il giglio d’Elai non anche è morto?
E se ancora a diporto
la fata Vigorina è pe’ sentieri?—
ella chiese, chè udiva
non lungi mormorii rochi e leggeri
d’acque, correnti giù per la nativa
ombra, e vedeva crescere i misteri
entro i seni de ’l valico ritorto.
Onde spronammo, innanzi trapassando.