Ora la selva, innanzi a li occhi nostri,
misteriosa e grave,
ergeva i tronchi e i rami a ’l ciel maggiori;
e, lunga componendo ala di chiostri,
volgeasi in ampia nave,
qual dòmo, o spaziava in alti fòri.
Avea cupi romori.
Ella disse:—Non dunque tal sentiere
mena a ’l loco soave
u’ la Bella, aspettando il Cavaliere,
dorme sepolta in tra le chiome flave
che crebbero per mille primavere?—
Ond’io sorrisi. Ed ella:—Or quali amori
sogna colei ne l’animo, aspettando?—

BALLATA VI.

—Non sogna—io dissi. Ed ella:—Io so che un giorno
venne il sire a fugar da que’ cari occhi
l’incanto, ed a ginocchi
baciò la rara mano, supplicando.

Ei parlò di tesori e di castella,
di terre ismisurate,
d’omaggi e di diletti senza nome.
Lucidamente arrisegli la Bella,
dicendo: «Voi mi fate
«onor grande, o mio sire. Ma pur, come
«sorga l’alba, le some
«voi leverete, a ritrovare l’orme.
«Altre plaghe ho regnate!
«Eranmi schiavi li astri in lunghe torme;
«e in tal regno le feste ho celebrate
«de’ suoni de’ colori e de le forme.»
Disse; e di nuovo arrise, ne le chiome
ampie, come in un gorgo, profondando.—

BALLATA VII.

Il mister favoloso in cui la selva
era sommersa, e quella voce umana
che dava ad una vana
ombra la vita, e quel chiarore blando,

il senso mi cingean di tal malía
ch’io mi credeva udire
suono di corni in lontananza ròco
e veder cervi a mezzo de la via,
grandi e candidi, escire
con in fronte una croce alta di fuoco.
Strano li alberi gioco
facean di luci. L’un parea, tra’ rai,
smeraldi partorire;
l’altro balzar da li orridi prunai
come serpente, in mal attorte spire.
Disse Madonna:—Si convenne Elai
un tempo con Astíoco in questo loco,
il qual re meriggiava poetando.

BALLATA VIII.

Meriggiava quel re, sotto il pomario
che splendeva a’ suoi dì come un tesoro.
Cadeano i frutti d’oro
gravi su ’l suolo in torno, a quando a quando.

Rendean per l’aria in torno una fragranza
di miel, così gioconda
che al cuor giungeva quale un vin di rose.
E il buono Astíoco, in mezzo a l’abondanza
de’ frutti, di profonda
dolcezza pieno l’anima, si pose
a laudare le ascose
virtuti de la terra in un poema.
Giunto era a la seconda
canzone quando, senz’alcuna tema,
ei scorse Elai. Qual re di Trebisonda,
il capo cinto avea d’un dïadema
ed il petto di pietre preziose
che vincevano il dì riscintillando.