pe’ i ricolti sereno), la vivente
ubertà de’ capelli a ’l fulvo ardore
de le spighe così naturalmente
si giunse e così vergine il candore
del sol ne l’innocenza del mattino
arrise, ch’io tremai. Non forse tu,
risorta da la terra genitrice,
eri un’iddia de ’l buon tempo latino?
E non venivi ai popoli datrice
d’una nuova più forte gioventù?
II.
Sia con l’uomo la pace e la giustizia.
Tace, inerte nel sonno, la pianura
sazia di luce e pingue di dovizia
oppressa da l’immensa genitura.
Argentëi de’ venti a la blandizia
li olivi custodiscon la matura
copia. Fáusto il ciel brilla; e un coro inizia
i gravi offici de l’agricultura.
E si svolge così, ne la profonda
serenità de la tua luna estiva,
l’inno del pane, o madre terra esperia;
come quando per Cerere feconda
il mite canto arvalico saliva,
regnando Numa con la ninfa Egeria.
III.
Or falcian diecimila braccia umane
la messe del frumento. Come antiche
are sacrate a deità pagane,
su i rasi campi sorgono le biche;