Sale dubbio vapor su da li stagni,
che in alto a l’aria forme truci assume;
a fior de l’acque bollono le schiume;
or sì or no da ’l limo escono lagni.

Ma balzan, di desir tutte vermiglie,
le rose in tra le zampe a ’l palafreno
e baciano a la bella dama il seno
o la mano che tien salda le briglie.

E la Luna talor, nuda le spalle,
a l’aereo veron d’oro s’affaccia
e graziosa a lei mostra la traccia
segnando cerchi magici su ’l calle.

Ella cavalca. E, poi ch’è giunta a ’l loco,
lascia d’un salto il ben gemmato arcione.
A lei li arnesi de l’incantagione
porgono i vecchi. Ell’è trepida un poco.

Or prima, i quattro venti a richiamare,
battendo ad arte con le lunghe dita
sovra una spera concava e polita,
fa la rossa mandrágora cantare.

Quindi, girando in ritmo agile a danza
tre volte su ’l sinistro piè leggiere,
coglie al fine, con risa di piacere,
l’unico fior de la dimenticanza,

che, misto a ’l succo de’ giusquìami bianchi,
rende a le donne la beltà nativa
e alli uomini il già freddo cuor ravviva
e cinge di valore inclito i fianchi.

DIANA INERME


Quando a ’l mattino il Sol gode tra li alberi
con aurea bocca attingere
il fior de l’acque, ridono i miracoli
de la luce ne ’l mobile