Silvia Settala.

Bisogna ch'io esca. Non tarderò molto a ritornare. C'è Beata di là, che piange perché voleva venire con me. Va a consolarla; dille che le porterò forse una cosa bella.

Lucio con un atto repentino la prende per le mani e la guarda fissamente negli occhi.

Silvia Settala, padrona della sua forza, con un accento chiaro e fermo.

Che hai, Lucio?

Egli abbassa le palpebre. Ella libera le mani, scotendole forte come per un saluto. La tempra della sua volontà squilla nella sua voce vivida.

A rivederci! Andiamo, Francesca. È ora.

Esce rapidamente, seguita dalla sorella. Lucio Settala rimane a capo chino, vacillante, sotto un pensiero che lo folgora.

ATTO TERZO.

Una stanza alta e spaziosa, illuminata da un lucernario, coperta di tappezzerie cupe. Nella parete del fondo è un'apertura rettangolare, assai più larga di una porta, che mette nello studio attiguo dello scultore. Su l'architrave sono fissi alcuni frammenti del fregio fidiaco delle Panatenaiche; contro i due stipiti sono erette due grandi figure alate "vestite di vento": la Nike di Samotracia e quella scolpita da Pæonios per il tempio dorico di Olimpia consacrato a Zeus; occupa il vano una cortina rossa.