Il sentimento della presenza umana mi sembra così meraviglioso che mi domando per quale aberrazione o per qual viltà io mi compiaccia di vivere tanto a lungo in mezzo agli alberi e su le rive deserte. Ma bisogna dire che anche l'anima più robusta e più sveglia si ricusa agli sforzi consecutivi e che occorre una straordinaria somma d'attenzione per trapassare l'ottusità della consuetudine e per giungere a percepire il ritmo nascosto di una vita estranea.

Io fui subito sopraffatto da un'onda di tristezza, come se quella creatura avesse rifatto per me il cammino tra le case dei malati, avesse patito lo sguardo di quei due feroci occhi senili sporgenti in cima di quelle due borse grinze, e mi riconducesse i miei pensieri color di cenere brancicati da quella mano sudicia che colava in terra.

Con una forza d'allucinazione inoppugnabile come la realtà, sentii a un tratto la miseria e la sciagura in un modo informe e diffuso, non legate a quel volto e a quel corpo ma sparse come quando si sale su per una scala sinistra, si esita per un corridoio scialbo, e poi s'entra in una stanza mal rischiarata ove restano le tracce d'un delitto commesso. Penso che avrei scoperto nell'oscurità qualche oggetto rivelatore se non avessi tolto di su' miei occhi lo schermo e non mi fossi voltato a guardare la mia vicina con una sconvenienza involontaria che sembrò meravigliarla più che offenderla.

La sua bellezza aderì ai miei sensi perfettamente come se in questi ella avesse già il suo luogo e vi rientrasse a quel modo che la cosa rara si riadatta alla sua custodia o il rilievo alla sua impronta. La mia divinazione dolorosa si ritrasse in disparte e mi lasciò intero nella commozione nuova.

La linea di quella forma obbediva alla legge delle grandi opere plastiche; perché, in qualunque punto io la immaginassi generata, ella era condotta al compimento da una specie di fluida necessità: partita dalla nuca, tornava alla nuca; partita dal ginocchio, tornava al ginocchio, con una continuità e una pienezza proprie a lei sola, con un movimento che solo le conveniva come a una determinata forma musicale, come l'«a tre quarti» a quell'Andante, come l'«a sei ottavi» a quell'Allegro di Domenico Scarlatti.

Ella portava una giacchetta di cincilla più lieve che la peluria d'un cigno cinerino, sopra una stretta gonna di panno bigio che la impastoiava senza castità. Di sotto al suo cappello di crino rialzato da una banda e ornato di due penne d'airone di Numidia simili a due coltelli, una seta manosa e brillante d'un colore castagno dorato era disposta a matasse che non ratteneva né un pettine né una forcina apparente ma la loro stessa densità vivace.

Ella era tutta così fasciata nella squisitezza di quella moda che allora sembrava apprestare le donne per giacersi comodamente dentro le lunghe cassette mortuarie delle principesse faraoniche. Su la sua sedia non occupava più d'aria che non ne contenga un di quei sepolcri egizii di legno dipinto. Ma, pur a traverso la più recente eleganza, dalla linea che si generava nella ondulazione della sua guancia ella era per me disegnata sino ai piedi quale gli artisti devono imaginarsi l'antica Leda dell'Eurota. Dalla cintola in giù la sua grazia pareva inflessa verso il mistero del «divino Olore», come avrebbe detto Poliphilo.

E ripensai a quella Leda di Leonardo, che Cassiano del Pozzo, l'amico del Pussino, poté tuttavia vedere a Fontanabeliò nel 1625 e ch'io mi sogno sempre di ritrovare in qualche maniera inverosimile.

— Beethoven? — dissi a bassa voce, sorpreso dall'accento della musica che riudivo dopo l'intervallo indefinito del mio silenzio distratto.