Così, o Chiaroviso, il racconto della Leda senza cigno è ravvolto in questi molti fogli che conviene svolgere o frangere. Non dico che in fondo il sapore sia tanto squisito, ma certo è insolito.

Quando la dura sentenza del medico m'inchiodò nel buio, m'assegnò nel buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro; quando il vento dell'azione si freddò sul mio volto quasi cancellandolo e i fantasmi della battaglia furono d'un tratto esclusi dalla soglia nera; quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me; quando ebbi abbandonato la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi sùbito mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e d'ingannare il medico severo senza trasgredire ai suoi comandamenti.

M'era vietato il discorrere e in ispecie il discorrere scolpito; né m'era possibile vincere l'antica ripugnanza alla dettatura e il pudore segreto dell'arte che non vuole intermediarii né testimoni fra la materia e colui che la tratta.

L'esperienza mi dissuadeva dal tentare a occhi chiusi la pagina. La difficoltà non è nella prima riga ma nella seconda e nelle seguenti.

Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato. Sorrisi d'un sorriso che nessuno vide nell'ombra, quando udii il suono della carta che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto, al lume d'una lampada bassa.

Quando ella si accostò al mio capezzale col suo passo cauto e mi portò il primo fascio di liste eguali, tolsi pianamente le mie mani che da tempo riposavano lungo le mie anche. Sentii ch'eran divenute più sensibili, con nelle ultime falangi qualcosa d'indistinto che somigliava a un chiarore affluito. Stavo per imparare un'arte nuova.

Prima, la mano soppesava la materia e l'occhio la considerava. La materia aveva colore, rilievo, timbro. La penna era come il pennello, come lo scalpello, come l'arco del sonatore. Temperarla era un piacere glorioso. Lo spirito umile e superbo tremava nel misurar la risma compatta e intatta da trasmutare in libro vivente. La qualità dell'olio per la lampada era eletta come per un'offerta a un dio inconciliabile. Nelle ore di creazione felice la sedia dura diveniva un inginocchiatoio scricchiolante sotto le ginocchia che sopportavano la violenza del corpo inarcato.

Nel buio, un sentimento vergine rinnovava in me il mistero della scrittura, del segno scritto. Il mio corpo era come in una cassa, disteso e serrato. Mi pareva di essere uno scriba egizio, in fondo a un ipogeo. Occupavo la mia cassa di legno dipinto, stretta e adatta al mio corpo come una guaina. Pensavo sorridendo: «Agli altri morti i familiari hanno portato frutti e focacce. A me scriba la pietosa reca gli strumenti dell'officio mio. Se mi levassi, il mio capo non urterebbe il coperchio dov'è dipinta all'esterno la mia imagine di prima coi grandi e limpidi occhi aperti verso la bellezza e l'orrore della vita?»

Il mio capo restava immobile, chiuso nelle sue bende. Dalle anche alla nuca una volontà d'inerzia mi rendeva fisso come se veramente l'imbalsamatore avesse compiuta su me la sua opera.

Sùbito le mie mani trovarono i gesti, con quell'istinto infallibile che è nelle membrane delle nottole quando sfiorano le asperità delle caverne tenebrose. Prendevo una lista, la palpavo, la misuravo. Era simile a un cartiglio non arrotolato, simile a uno di quei cartigli sacri che i pittori mettevano nelle loro tavole. V'era un che di religioso nelle mie mani che lo tenevano. L'udivo crepitare tra le mie dita che tremavano. Sembrava che la mia ansia soffiasse sul tizzo ardente che m'avevo in fondo all'occhio. Vampe e faville s'involavano nel turbine dell'anima. Sentivo su le mie ginocchia la mano della pietosa.