Le sollevavo leggermente per ricevere la tavoletta. Era, per me oscurato, come una tavoletta votiva. Fra il pollice l'indice e il medio prendevo il cannello. Il medio aveva tuttavia il solco del lavoro ostinato. Nulla dies sine linea. E tremavo davanti a quella prima linea che stavo per tracciare nelle tenebre senza scorgere le parole.

Cerco nelle rubriche del Notturno, e trovo questo:


[Non scrivo su la sabbia, scrivo su l'acqua. Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapidità d'una corrente scura. A traverso la punta dell'indice e del medio mi sembra di vedere la forma della sillaba che incido. È un attimo accompagnato da un luccicore come di fosforescenza. La sillaba si spegne, si cancella, si perde nella fluida notte.


Il pensiero sembra correre sopra un ponte che dietro di lui precipiti. L'arco poggiato alla riva è distrutto, sùbito crolla l'arco mediano. L'ansia raggiunge la riva opposta con uno sgomento di scampo, mentre il terzo arco cede e sparisce.


Scrivo come chi caluma l'àncora, e la gomena scorre sempre più rapida, e il mare sembra senza fondo, e la marra non giunge mai a mordere né la gomena a tesarsi.]


Un giorno mi venne il desiderio improvviso di riconoscere l'accento di quell'altra mia arte; e mi ricordai di un'opera da me scritta nel mio rifugio della Landa, tra la fine della primavera e il principio dell'estate, scritta con una penna e un'attenzione più aguzze che mai.