La vita è bella, o Chiaroviso. L'altra notte tornavamo dall'aver fatto musica in quella sala verde ove, se vi sovviene, i sonatori capelluti di Giorgione partendo avevano dimenticato l'archetto di una viola da braccio.
I nostri sonatori erano alcuni giovani cannonieri dal capo raso, che la guerra ha tolti da un'orchestra di legni e posti in un'orchestra di acciai. La viola era venuta da una batteria di San Nicolò; il violino era disceso da un'altana munita; il violoncello aveva smesso allora allora la guardia della strada ferrata. Ed era un famoso strumento d'un famoso liutaio, di Andrea Guarnieri: una creatura sensibile come uno dei miei levrieretti d'un anno, vestita duna vernice così ricca, d'una pelle così trasparente, che l'avevo veduta rilucere perfino all'ombra degli alberi, tra le fresche pareti verdi, come se veramente la sua lucentezza cristallina fosse data dalla polvere di diamante.
L'artigliere aveva ricolcato il suo dolce violoncello nella custodia e avviluppato la custodia in un càmice di panno bigio. Ma, poiché la gondola era carica da poppa a prua come la barca di Caronte, la cassa stava in piedi per prender meno posto, e aveva il suo corpo, il suo collo, il suo capo, a simiglianza degli altri passeggeri. Essendo calda la notte, il sonatore, toltosi il berretto, ne aveva coperto la sommità della custodia, là dove riposa il manico dal mirabile riccio; cosicché eravamo nel leggero legno dieci uomini e uno spettro d'uomo. Tutti eravamo seduti su le panchette o sul fondo. Soli stavano in piedi lo spettro bigio e i due soldati rematori. Il violoncellista reggeva il suo caro con le due braccia. Ciascuno di noi serbava tuttavia nell'anima la potenza di quelle corde ridiventate mute.
Calda era la notte, senza bava. Lo scirocco aveva perso ogni alito. Il latte di Galassia pareva inondare tutto il firmamento. Le stelle annegavano in una biancosa mollezza. L'acqua pareva «in ardore» come nelle maree di settembre, come intorno al tempo dell'equinozio. I due remi propagavano gli anelli della fosforescenza sino ai muri della Sacca.
Andavamo per la Sacca della Misericordia cercando l'eco. Era con noi una cantatrice dalla voce duplice, che saliva alle più alte note del soprano e scendeva alle più basse del contralto: un pallore cupo annodato da nere trecce, sopra un collo rigato dalle vene della melodia. La sentivamo tra noi vivere d'una pura vita musicale, come il violoncello di Andrea Guarnieri. Ciascuno di noi era legato a lei dalla cadenza di un'aria prediletta. Non avevamo altra voce se non la sua.
Ella teneva la testa alta, come lo spettro bigio. Era attentissima, come a un richiamo. Le sue labbra serbavano la forma della modulazione. Mi pareva di vedere la nota nella sua gola come la perla nella conchiglia.
Di tratto in tratto metteva un gorgheggio e poi inclinava la testa nella pausa, come l'usignuolo quando incomincia. Tutti imitavamo quell'atto, ascoltando se la risposta venisse. Così ella tentava l'aria, tentava il silenzio.
I rematori levavano il remo, restavano sospesi, chini anch'essi dalla medesima banda, mentre dalla pala gocciolava l'acqua in collane disciolte. Poi seguitavano a remare piano, anch'essi attentissimi, cercando di divinare il luogo acconcio, scotendo il capo quando la voce non era ripercossa. Tentavano l'acqua come la cantatrice tentava l'aria. Ci sentivamo fatti d'aria, d'acqua e di musica. La gondola era uno strumento natante, col suo corpo, col suo manico, con la sua rosa, col suo scagnello.
Dov'era l'eco? Era scivolata lungo i muri? s'era nascosta sotto il ponte della Sacca?
Ma la cantatrice paziente continuava a interrogare il silenzio. Talvolta qualche nota veniva ripercossa, come se la piena eco fosse prossima. Il rematore di prua teneva il remo ritto a governare; solo vogava adagio adagio quello di poppa, senza che lo scalmo forcuto desse il più lieve stridore. Era come nella caccia di padule, quando il barchino s'accosta al branco e il fucile è già contro la spalla e l'occhio alla mira, e nessuno fiata. Ma, poco più discosto, le note si perdevano. E una strana pena cominciava a opprimerci. Qualcosa di morto era intorno a noi, era tra noi. Mi volsi, e vidi i cipressi di San Michele nel biancore lento. Rabbrividii guardando lo Spettro bigio ch'era tra noi l'undecimo, immobile, rigido, più alto di tutti.