Cresceva la notte senza bava, già senza stelle. I cerchi di luce si rompevano contro le grandi zattere di legname che galleggiavano nella Sacca tristi come se avessero trasportato mucchi di naufraghi o di pestilenti. Le finestre cieche del Casino degli Spiriti, murate a una a una per impedire che vi si riaffacciasse la fantasima, non si riaprivano?
D'un tratto udimmo un tuono cupo come d'un uragano che scoppiasse laggiù su l'Adriatico. Stavamo per entrare nel rio di Noale.
Alzai una mano per far segno ai rematori che s'arrestassero. La mia mano mi parve troppo pallida e il mio gesto troppo vano. Guardai i miei compagni, e li vidi tutti dello stesso color grigio, dello stesso color di cenere, nella barca nera, tutti simili a quello spettro ravvolto in quel càmice e coperto di quel berretto. Erano tutti fissi come quando aspettavano che l'eco rispondesse al gorgheggio escito di quella bianca gola.
«È il cannone su l'Isonzo, uno disse, a bassa voce, da prua come da una indefinita distanza
E due o tre mani troppo pallide si levarono ancora, per far più di silenzio in quel silenzio mortale.
E fu l'ultimo gesto. Ascoltammo, senza soffio, senza colore, divenuti spettri gli uni per gli altri, esangui, esanimi. Non ci guardavamo in viso, ma tutti eravamo fissi al morto dal càmice bigio che ci dominava, ritornato dal sonno come quello che piegò su le scodelle le facce dei raccoglitori d'alga.
I tuoni si seguivano quasi senza pause, formavano un solo rombo propagato dalle solitudini del mare. La battaglia era nascosta sotto l'orizzonte, bolliva nella conca della notte. Gli spettri di prua vedevano forse il fumo del bollore sanguigno tingere l'orlo dell'alba.
Noi non ci volgemmo; non potemmo noi volgerci. Né si volsero i vogatori. I remi rimasero sospesi su l'acqua lùgubre, e credemmo che non ricalassero più.
La vita è bella. Oggi è il solstizio d'estate, è l'immobile estasi della luce, la culminazione del giorno febèo. Tutta l'aria è volontà e voluttà di vita. Il cerchio del sole sùbito brulica d'api ardenti che mellificano il fuoco. Passa nel libeccio l'ebrezza del miele igneo. Il bel giardino lagunare, ove fiutammo tutto il profumo d'Italia accolto, lentamente si cuoce. Sfatte sono le rose, sfatti sono i gigli; e gli steli ingialliti si mutano in stecchi. Le speronelle si sfogliano al vento come farfalle che perdano un'ala. Gualcita è la seta dei gracili rosoni che s'aprono intorno alle verghe fogliute delle alcee. Ma il timo, il rosmarino, la spicanardi, tutti gli aromati, sembrano consumarsi come l'incenso. I fiori numerosi della lavanda sono quasi fumo azzurrino. I melograni sono tutti accesi di fiammelle che si nutrono nella cera scarlatta dei balausti. Il giardino s'appassisce e s'appassiona. Gli ho lasciato il mio affanno. La bellezza del fiore si perde, e il frutto non riempie la mano.