Qui neppur l'amore immortale può disgiungere dalla putredine la figura della morte. La cassa d'abete rozza, dove fu chiusa — or è sei mesi — l'altra cassa levigata e ornata, per preservarla, è certo fracida nell'umidità della fossa. Le assi hanno ceduto, e la mota salsa ha spalmato l'altro coperchio dov'era inciso il nome di Giuseppe Miraglia.
Il 27 decembre era un giorno di piovitura e di caligine. Tutto il camposanto pareva ridivenuto una barena melmosa. Quando fu portata la cassa di legno bianco, quando l'altra vi fu dentro deposta, quando il marinaio conficcò i chiodi a gran colpi di martello, quando vennero i seppellitori con le corde, quando vidi il fango agglomerarsi intorno alle loro suola su l'orlo della fossa, quando vidi in fondo alla fossa luccicare un poco d'acqua giallastra, io non ebbi se non un pensiero e una pena e una domanda. Mi fu risposto che l'abete grezzo poteva durare in terra due anni. Ma non era vero. I sei becchini grigi imbracarono il legname e lo calarono, pontando i piedi nella mota che saliva a mezza gamba. Poi presero le pale. Le aste delle pale erano lisce per l'uso. Un riflesso vi guizzava a ogni movimento. La terra era molliccia, quasi liquida. Le prime palate di melma sopra le assi diedero un suono sordo, un croscio fiacco. Il corpo dell'uomo alato era sepolto nel fracidume. Ma vidi nel fracidume rilucere una conchiglia. Allora aguzzai la vista. E scopersi innumerevoli conchiglie, intiere o trite, bianche o rosee.
Perché queste cose alleviano il dolore? Perché l'amore superstite rimane così tenacemente legato alla bara, al corpo disfatto, alle ossa, alle ceneri, alla materia del sepolcro? Perché oggi, al primo chinarmi sul tumulo del mio compagno, ho sofferto delle fenditure che il calore apre nel breve spazio compreso tra gli orli di busso ingiallito?
M'è egli più vicino qui? o nella mia casa, o nella strada, o su l'acqua, o dovunque io vada e pensi?
Lo rivedo a traverso la terra, a traverso il legno e il piombo. Lo sento rivivere. Lo sento respirare, lo sento ripalpitare, quando m'inginocchio, quando poso la mia mano su la sua sepoltura calda come sul suo fido petto.
L'illusione è profonda come quella radice della speranza che nessuno di noi riesce a strapparsi del cuore interamente.
Non piango, ma entra in me qualche dolcezza. Resto inchinato, col giogo del sole sul collo. Il mio occhio illeso è sensibile come il mio occhio infermo. Le imagini vi s'imprimono e vi restano. Come guardo fisamente la corona d'alloro sospesa al cippo, ecco che la mia visione si fa verde. Potrei levarmi e accorgermi d'esser divenuto cieco. Perché qui un tal pensiero non mi sbigottisce?
Qui non è l'inerte chiarore glauco che ghiacciava la pergola bassa, là, nella vigna di Murano. È un ardore, un incendio divorante Chiudo le Palpebre, poi le riapro.
Vedo i fili d'erba che tremano.