Vedo un ciuffo di trifogli, e non v'è quello di quattro foglie. Vedo le conchiglie lucenti, e ve n'è una fatta come un'orecchia. Le formiche rossigne camminano su per gli ovoli e gli sgusci del plinto. Una lucertola è ferma contro lo spigolo, e par fusa nel bronzo come il braccio d'Icaro nel bassorilievo incastrato. Ma ciascuna di queste cose perde la sua sostanza vera e si trasmuta in un sentimento che è musicale come le cadenze delle lamentazioni.
Chi ha portato a questa tomba i fiori violetti della barena, perpetui come gli asfodeli? Sono simili a quelli che cogliemmo nella laguna di Grado un dì d'agosto, «fiuri de tapo», per spargerli su lo specchio d'acqua dov'era colato a picco il Jalea. Mi volgo, e vedo il marinaio che m'ha seguito portando i tre fasci di rose, d'ortensie e di garofani. Aspetta, sotto il cipresso, diritto, in silenzio.
Chiudo ancora le palpebre. Sento che il mio compagno è dietro di me, seduto al governo delle leve, come in quella partenza. Sento l'oscillazione del velivolo. Ho davanti a me, sopra una specie di rastrelliera, quattro bombe con le eliche fissate da un fil di ferro e il fascio di fiori che un'anima pietosa ci ha affidato per gettarlo sul sepolcro marino.
Prendiamo altezza. C'è vento fresco, ma l'apparecchio è stabile. Un rullio leggero, a quando a quando, poi un senso d'immobilità, di sospensione nell'aria. Il cuore si dilata. Un sorriso spontaneo brilla alla cima dell'anima.
V'è qualche ragnatelo sparso nell'azzurro.
Il mare increspato fa un poco di bava bianca ai lidi sottili.
Un raggio traversa il cofano e fa rilucere il tubo d'ottone nel motore.
Nella scìa d'una torpediniera i due filoni divergono, simili alle due palme nelle mani della Vittoria.
Tutto di qui appar soave, quasi femineo. Dianzi, la città e il ponte erano come il fiore e il gambo.
La gola di Venezia era come la gola della colomba cangiante quando un poco si gonfia e s'inarca nella voglia di tubare.