Eppure ella era abitata da un'angoscia che in quel punto doveva urtare contro il fasciame delle sue coste come per ischiantarlo. E la pena, che di tratto in tratto saliva a gonfiarle il labbro inferiore, m'era così manifesta ch'io quasi mi meravigliavo di non vederne l'onda correre su per la delicata pelliccia come certi brividi d'agonia che solcano a spiga il mantello delle bestie inferme.
— Soffrite, signora? — osai chiederle, con una voce alterata che certo la toccò.
Ella volse verso me l'enigma di quel suo viso dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte.
— Niente affatto — rispose; e rise d'un secco riso senza risonanza come ridono talvolta le cortigiane a qualcuno che è dietro di loro mentre lo specchio riflette quella cera fissa e brusca ch'esse hanno nel trafiggere col lungo spillo il cappello.
Allora tutte le mie imaginazioni novamente si disfecero. Ella si mise a chiacchierare come una piccola mondana di Parigi, con una bocca molle ed elastica che esagerava la forma delle parole e la modulazione delle sillabe fino alla smorfia. Si burlò della sala turchesca, del pianista zazzeruto, dell'uditorio melenso; spregiò la vita meschina e noiosa di quella cittadaccia nata per baracche e baraccuzze da un accampamento di resinieri: si disperò d'essere condannata a vivacchiarci quasi tutto l'anno.
— Perché, signora? — chiesi timidamente. — Per la salute?
Ella rise di nuovo, con acredine.
— Ho l'aria d'esser malata? Qua e là qualche gola tossiva nell'ombra che pareva divenire a poco a poco più fredda, un nuovo rovescio crepitando su la vetrata grigia.
— No, certo.
Ella si raddrizzò su la sedia, sollevò il busto con una scossa quasi involontaria come quel rude sussulto che ci comunicano talora certi brividi inesplicabili. Notai la larghezza delle spalle e del petto, struttura solida che corrispondeva allo stile del capo. Travidi nell'apertura del manicotto qualcosa di luccicante, avorio e acciaio, simile all'impugnatura d'un revolver che stesse per scivolare.