— È per l'automobile — disse sorridendo, quasi volesse rispondere al mio probabile stupore di vederla armata. — Dopo il concerto, vado sino a Bordeaux.

Veramente ora pareva che le labbra appartenessero a un'altra donna, in mezzo a quel volto vivessero d'una vita estranea, con quella frivola mobilità che contrastava alla scolpita fermezza degli altri lineamenti e al mistero formidabile dello sguardo nudo. Ripensavo certe danze sarde danzate a viso chiuso e cupo, certe danze arabe in cui il solo ventre s'agita incessantemente in un corpo annodato da non si sa qual fascino serpentino. Il rosso artificiale era fresco, messo di recente, forse prima d'entrare con mano frettolosa, che sopravanzava alquanto gli orli e gli angoli, più o meno intenso. I denti erano robusti, quelli di sotto piantati un poco irregolarmente, splendidi come pezzetti di materia preziosa, fatti d'uno smalto così profondo e puro che si pensava ai carati della perfezione, quasi fossero gemme da osservarsi su la carta del gioielliere.

— Ascoltate — dissi, tocco da qualche nota del secondo tempo d'una sonata di Domenico Paradisi, ch'era l'ultima.

La spiavo di sotto ai miei cigli socchiusi.

La forza della dissimulazione abbandonò a un tratto quelle labbra su cui un sentimento di sconosciuta gravità sembrò porre una vera benda, quale non più fitta devono portar le Berbere nella nostra bianca e lunata Ghadamès.

Eppure, la cadenza essendo per risolversi e il mio cuore temendo la fine come un addio, la guardai di nuovo come uno che guardi un'ultima cosa per la quale egli abbia fatto il più lungo viaggio.

Era così liscia che pareva non dovesse avere un solco neppure nel cavo della mano. Era levigata veramente dall'acqua dell'Eurota, se tanto mi risplendettero nella memoria i ciottoli del fiume laconico senza cigni fra le strette ombre azzurre degli oleandri e delle canne. «Chi sei, chi sei, tu che certo ospiti dietro la tua fronte bassa un serpe scaltro, se bene il tuo cuore sia gonfio di lacrime?»

Come tante altre volte, tutto il mio essere aderì all'incognito che è il fondo della vita, per l'ombra accolta nel corpo, pel buio che occupa i nascondigli della carne, per l'oscurità delle viscere e dei precordii.

Sentivo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.

Una disperata poesia divenne la mia propria sostanza.