Ella era in piedi, tra sedia e sedia, mentre la sala si votava degli uditori come d'una poltiglia scorrevole che l'Euterpe ossuta spazzasse verso l'uscio. Ogni forma d'umanità pareva abbassata verso terra, privata di vertebre, scolorata e strascicante, tranne quella che in piedi m'era dinanzi, intiera, silenziosa, piena d'un suo male simile a una verità o a una menzogna profondissima che le tenesse vece di vita.

I luoghi più solinghi non sono nei deserti e nei monti, non tra sabbie e rocce sterili, ma dove l'anima affronta il destino respirando per alcuni attimi un'aria non respirabile da alcun altro essere prossimo.

Ella ora guardandomi restringeva un poco quelle palpebre che pur m'eran parse ferme come nelle statue arcaiche le gronde di bronzo rilevate intorno al cavo dell'orbita. Un cozzone di cavalli in esame d'una bestia da mercanteggiare non ebbe mai una qualità di sguardo più fredda e accorta. Ma mi sembrava che in fondo alle sue pupille l'esame luccicasse come uno strumento micidiale da cui fossi per esser leso. Ella non celava nel dolce manicotto color di perla se non una sola mano, quella nudata; e, certo, doveva con quella tenere l'arme piccola per assicurarsi che non cadesse. Ma il raggio de' suoi occhi era molto più pericoloso. Non so perché, mi sentivo più fragile, più caduco, angosciato da un'apprensione non dissimile a quella che si prova quando un medico ci palpa per scoprire il nostro punto debole. E (questo riferisco con assoluta veracità, se pur possa in séguito sembrar troppo singolare) e mi passò nel cervello un'imagine involontaria, risorta forse da un episodio della mia esistenza obliato: l'imagine bizzarra e lugubre del dottore d'una Società d'assicurazione, in atto di tastare e d'ascoltare il cliente nello stomaco, nel fegato, nel polmone, nel cuore, per un calcolo di durata approssimativo. Sentii che le arti del mio spirito, non potevano prevalere contro quella creatura a cui, come nel mito, il divino doveva appressarsi sotto la specie animale.

Non fui, sotto il suo sguardo estimatore, se non un corpo miserabile, logorato dall'eccesso, disgregato dall'inquietudine, di continuo minacciato dallo schianto che segue ogni estrema tensione. «Sì, certo;» voleva rispondere a quell'indagine la mia ironia «è facile finirmi. Tutto il mio vigore è concentrato alla base del mio cranio. Basterebbe un piccolo colpo secco, o un forellino non più grande di quello che la dònnola fa nel capo d'un pollo....»

Or da quale linea della sua faccia moveva verso di me quell'aura delittuosa? Perché in quel punto ella stessa mi rivelava quel che v'era di nocivo e di distruttivo nel suo istinto profondo?

Tuttavia non l'agguato soltanto era in lei ma anche un grido indistinto che, non giungendo ancóra al mio orecchio, mi toccava già l'anima.

— Bisogna andare — ella disse volgendosi, con una fretta subitanea, per quello squallido labirinto di seggiole.

Ora, come al primo entrare, pareva che gli occhi non le servissero a dirigersi. Urtata dalle sue gambe una seggiola cadde, e poi un'altra ancóra. Ella seguitava ad avanzare come una cieca, trovandosi sempre dinanzi le lunghe file senza passaggi. Bisognava rovesciarle per aprirsi un varco. Era come in certi sogni affannosi e ridicoli.

Non so veramente se la sala si fosse oscurata; però m'aveva l'aria di una brutta chiesa piena d'echi nell'ufficio delle Tenebre. E la custode ossuta accorreva verso noi furibonda, con lo zelo d'un sacrestano contro i profanatori. Una moneta tesa la placò e le mosse una ilarità inestinguibile; ché, come la signora rideva d'un riso falso, ella per compiacenza la imitava senza freno, rialzando le seggiole e persuadendo a noi e a sé stessa che quell'avventura era la più buffa del mondo.

Fuori, non pioveva. Un vento fresco, pregno di ragia come quell'acqua piovana che riempie i vaselli appesi ai pini, mi lavò la faccia. La cresta delle nuvole a ponente era come una schiuma abbagliante.