Qualcosa d'argenteo, quasi un riflesso di madreperla, guizzò negli occhi della sconosciuta. Il primo quarto della luna pendeva dal cielo verdigno come se la fata Morgana vi rispecchiasse il pallore della Landa.

— Avete una vettura per rientrare? — mi domandò ella, con una esitazione che la mia timidezza non seppe cogliere.

Conosceva dunque la mia via e me?

— Rientrerò a piedi — risposi. Mi guardava, considerando in sé cose ch'io non sapevo vedere e che nondimeno mi parevano influire su l'orizzonte e caricarlo d'una forza simile a quella che lampeggia senza tuono in certe sere d'estate quando tutta la nostra anima sta per ispiccarsi in faville dall'apice del nostro cuore una fiamma investita dal nembo. Il suo viso era alterato da un tremito muscolare che non potevo più reggere, quasi trasposto nella commessura delle mie mascelle come quello spasimo che i medici chiamano trisma.

La mia coscienza era come il mozzo d'una ruota velocissima.

— Buona sera — allora disse ella movendosi verso l'automobile coi piccoli passi lesti a cui la costringeva la stretta gonna.

Che ironia patetica nel contrasto di quella volontà oscura impedita da quelle pastoie eleganti!

— Ci rivedremo?

La mano armata restò sempre nascosta nella pelliccia molle.

— Chi sa!