V'è nel mondo una specie di silenzio che galleggia sul rumore come l'olio su l'acqua.

Uno sciacquìo intermesso sale dalle intercapedini. La ruota del timone orizzontale si riflette nello specchio del piccolo lavabo che le sta di fronte. In quell'apparenza v'è qualcosa di lontano, qualcosa che aumenta la lontananza all'infinito.

Il comandante è fisso al periscopio, con la fronte contro la tabella di mira. Gli sta a sinistra la tabella che indica l'altezza delle soprastrutture di ciascuna nave nemica. Egli ha una veste di color marino. La sua faccia rasa è bruna; ma stranamente smorti sono i suoi piedi nei sandali di cuoio allacciati. Laggiù, a prua, i due siluri con le loro eliche e i loro timoni aspettano nei tubi di lancio. Le due teste di bronzo, cariche di tritòlo, aspettano nella camera stagna. S'ode la voce del comandante, la voce che ancóra è nella sua gola col suo soffio: «Accosta sempre a diritta. Quanto?» Un uomo dalla barba rossa è seduto vicino alla ruota del timone verticale. Risponde: «Centoquarantasei». È fisso, con tutti i lineamenti immobili, con le fulve ciglia senza battito, più vivo della vita e più morto della morte, simile a un ritratto magnetico....

Così il mio ricordo si converte in sogno, mentre coricato su i fiori funerei della barena, supino, attendo che si riparta.

Mi sovviene d'uno dei più lugubri orrori sorto dalla mia carne, mentre un giorno coi miei compagni, presso le chiuse di Sagrado, mangiavo allo scoperto, in un luogo battuto dal fuoco austriaco. Ciascuno di noi poteva essere sorpreso dalla morte col boccone in bocca, con la vivanda tra le mascelle mal masticata. Imagine d'animalità orrenda. Il pasto interrotto dal rantolo. Il sussulto del tristo sacco ripieno. Avevo già veduto un soldato riverso nella mota gialla della trincea, col rancio nel gozzo, col resto della gamella sparso nel sangue fumante. Un filaccico di lesso gli esciva dall'angolo delle labbra livide. La morte gli pigliava a un tempo il corpo e il cibo. Quegli che stava ingoiando, ecco, era ingoiato. La morte gli toglieva ogni bellezza, all'atto bestiale della nutrizione aggiungendo più di bestialità, fissando al limitare dell'eterno quel che è ignobile. Il compagno che gli chiuse le palpebre, gli nettò anche da quei rimasugli la bocca e il mento. La misericordia vinse la ripugnanza. Sempre vedrò quel gesto pietoso e atroce, quelle due dita ficcate tra i denti lordi del cadavere.

Verso mezzogiorno, il Jalea scende adagio sul fondo, per il pasto dell'equipaggio. I rumori si attenuano. Il motore elettrico è fermo. Sopra la camera del motore elettrico il boccaporto di poppa guarda coi suoi due occhi glauchi. Un salvagente dipinto di rosso v'è sospeso: una massiccia aureola.

Il manometro indica che la tomba d'acciaio è posata a tredici metri di profondità. Gli uomini mangiano, gli uomini masticano, ruminano. Qualcuno è svogliato e sonnolento. Il malvagio calore pesa intorno al capo come un elmo di scafandro. Il fondo è ignoto. Nessuno sa dove sia. Dianzi si navigava col periscopio immerso. Tutto il battello è ora una clessidra che gocciola. Gli attimi sono lenti e veloci. Sembra che si mettano d'improvviso a tintinnire. Ma è il tintinno dei campanelli.

Il Jalea si solleva dal fondo. Il manometro segna. La pompa sposta l'acqua da poppa a prua. L'acqua fa una specie di salmodia sorda circolando nelle intercapedini. Si risale a quattro metri e mezzo. Il cetaceo riacquista il suo occhio girante. L'uomo fulvo è di nuovo seduto al timone verticale. È fisso; non batte ciglio, non ingoia la saliva. È netto, lucido e spaventoso come certe figure dei musei di cera.

Sono le due del pomeriggio. Il mare è deserto e raggiante. Sonnecchiano le piccole città bianche intorno al golfo dove svaria la grana del vento. Un pescatore dorme supino su le tavole fracide del suo vecchio topo, laggiù, nella pace della laguna, alla proda d'una barena fiorita di santònico.

Vietri smonta di guardia al periscopio; e dalla camera di manovra si ritira nella camera dei tubi di lancio a prua. Ode la voce del comandante che ordina l'accostata per invertire la rotta. Un tuono improvviso lo stordisce, uno scroscio biancastro lo percuote. L'acqua gli si precipita addosso, lo fascia sino all'altezza delle spalle. Non ode nessun grido. La gente perduta non mette un grido né un lagno. Egli è tuttavia in piedi, con l'acqua alla gola. Percepisce nettamente lo scoppio degli accumulatori. Si tappa la bocca e il naso per non essere soffocato dal cloro che si sviluppa. Si avvicina alla paratia che lo separa dalla contigua camera degli ufficiali; ma presso la porta stagna trova ancor vivo il tenente di vascello Guido Cavalieri che gli grida: «È inutile andare a poppa. Cerchiamo di salvarci dal portello di prua».