È un figlio della Campania, dorato come il frumento. È della stirpe costrutta secondo la «divina proporzione». Come tanto cuore può esser contenuto in quel petto breve? Si chiama Vietri, che vuol dire intrepidezza.

Quale naufrago, perduto nel mare deserto, non teme la notte? Questo non paventò la notte, ma sì scelse di superarne l'orrore, in vista del lido!

V'è un momento eroico più profondo di ogni altro: quello che scocca tra il cuore dell'uomo e tutto l'ignoto, tra il volere dell'uomo e tutto il silenzio.

Questo eroe è come disgiunto dalla sua gloria. V'è un ardore di gloria sparso nella solitudine del mare dove cercheremo la tomba di grigio metallo. E questo superstite ignora la sua virtù, e la bellezza del suo evento.

Cammina col suo passo di marinaio, provato sul guscio del battello emerso. Va lungo la proda del canale, sul prato violetto di santònico; e ha dietro sé le ombre glauche dei suoi morti.

Dov'è Guido Cavalieri? per qual lido si voltola? quale corrente lo trasporta? Il flutto non ha rigettato se non il materasso di gomma che lo sosteneva nel nuoto disperato.

Lo rivedo su la riva degli Schiavoni, presso il ponte, vestito di bianco, parlare con la sua bella compagna, prima della partenza. Era diritto in piedi, svelto, elastico, non curvato sotto la condanna oscura. Sorrideva, mentre tagliava le sue scarpe bianche l'ombra d'un balaustro.

Partenza nella sera di perla. Molla ormeggi. In moto il motore a combustione di diritta. Dal ponte di una torpediniera vedo passare il Jalea emerso, di là dagli sbarramenti, in prossimità della costa, e navigare verso Grado. Il mare s'incupisce; ma nella sua palpitazione accelerata si sente già la fosforescenza notturna. L'increspamento luccica qua e là d'una luce interiore, come una palpebra che batta e lasci sfuggire uno sguardo misterioso. La luna nuova è come un pugnello di solfo che bruci. A quando a quando la nuvola nera del fumaiuolo la nasconde, oppure sembra trarla come una favilla fugace nella sua voluta. La vita non è un'astrazione di aspetti e di eventi, ma è una specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi, una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare. Guardo il sommergibile allontanarsi. Un gruppo d'uomini è sul guscio, una massa grigia indistinta, come un'escrescenza sul dosso d'un cetaceo. La prua acuta penetra la notte e scompare. Il lungo fuso verdastro s'immergerà laggiù, proseguendo le sue rotte parallele alla linea che congiunge la Secca di Muggia e la Punta Sdobba. E per quegli uomini la vita somiglierà a un'agonia energica. Le loro facce saranno come i quadranti bianchi dei manometri. Le loro arterie saranno come i tubi dipinti di rosso nella camera di manovra.

All'alba il semaforo di Grado vede il Jalea immergersi, oltrepassato il gavitello che segna l'origine della rete, e proseguire veloce a levante, verso la Secca di Muggia. Nessuno più lo vedrà nel golfo. Lo scafo è già un sepolcro. Gli uomini sono già seppelliti nel mare. Uno d'essi, vestito d'una tunica azzurra, tien la mano poggiata alla ruota d'ottone che governa la pompa d'assetto, ov'è scritto: Dal mare al mare.

Vietri sale nella torretta. Di qua e di là dal cristallo pendono le due rivoltelle da segnali. L'acqua è più pallida dell'alba. Le voci salgono nel silenzio come le bolle in quel pallore. L'occhio non distingue se non il portello di prua, i due maniglioni laterali, qualche medusa fuggevole. Il sudore stilla dalla fronte del marinaio. Ma la clessidra del Tempo ha già cessato di gocciolare.