Si continua a salire. Il sangue è armonioso. La vita è piena.
Ecco Grado nostra. Grado d'Italia!
«O Gravo belo, me no posso dî
El canto eterno de la to belessa....»
Discendiamo. La terra il mare il cielo s'aggirano in un solo vortice raggiante. Le barene e le velme ci sono sul capo come le nubi. Le alpi dentate della guerra mordono l'Adriatico come l'addentano i moli di Trieste. I gabbiani si precipitano incontro a noi come per passarci a traverso. Abbiamo nel petto i canali verdi, i prati salsi, i lidi biondi orlati di spuma, le isole violette come i pascoli dell'Ade.
Le isole, le barene, le velme, tutte le seccagne solitarie, sott'acqua, a fior d'acqua, nel cieco splendore, hanno non so che aspetto avernale.
I pioppi sembrano consumarsi nel tremito dell'aria, le tamerici vanire nella loro pallidità, i grandi erbai di color gridellino inclinarsi al soffio di non so che transito.
Nulla più ci tocca, fuorché l'imagine della tomba d'acciaio che sta in un fondo ignoto del mare. La cercheremo, la scopriremo. La nostra sosta è accompagnata da non so che funebre melodia marina.
V'è un superstite, un solo. Ha la sua carne sopra le sue ossa; eppure nella luce è simile a un'anima con due dolci occhi.
Ha un'anima paziente e potente come quella del re d'Itaca questo naufrago ventenne; ma i suoi occhi a mandorla sono belli come gli occhi della gioventù che danza intorno ai vasi campani.