Ecco Caorle. Sta sopra una sporgenza che ha la forma di una tiara aguzza.

Guardo ancóra Caorle. Il lido m'appare tagliato come una sella d'alto arcione; e la città è posta in sommo dell'arcione di velluto logoro.

Il mare è deserto. Gli orli spumosi hanno una dolcezza infinita, simili a non so che favellìo, a noi so che sorrise parolette.

L'ala inferiore è metà nel sole e metà nell'ombra. La parte davanti è nel sole. L'ombra di tratto in tratto avanza. Resta nel sole una striscia sottile: la costola.

Leggo e comprendo i segni intersecati che fanno le ombre dei tiranti d'acciaio.

Ho lo spirito lucido come l'aria. Si sale, si sale. «Sublimare è d'una cosa bassa e corrotta farla alta, e grande, cioè pura.»

Si sale. Siamo di là dai duemila metri. Siamo soli, io e il mio compagno. Quel che io ho veduto, egli l'ha veduto; quel che io ho sentito, egli l'ha sentito.

Mi volgo. Lo guardo. Ha l'aria d'uno di quegli idoli dell'Estremo Oriente accosciati e immobili. È fisso. Il suo viso è bronzino nel camaglio di lana. Alla radice del naso ha l'ammaccatura degli occhiali, violacea. Porta i baffi tagliati nettamente su la bocca grande, rasi col rasoio agli angoli. I suoi occhi sono felini, tra verdognoli e giallognoli, pieni di polvere d'oro. Prendono qualcosa d'infantile quando mi sorridono.

Egli mi domanda il taccuino, e scrive: «Vuoi, di grazia, stringermi l'elastico degli occhiali, che m'è lento?».

Mi sporgo dal mio seggiolino; faccio miracoli d'agilità per non disturbargli il governo, mentre il velivolo rulla al vento che rinfresca. La molletta non serra. Mi levo i guanti. Riesco a fare un nodo. Vedo a traverso le lenti ridere i suoi occhi. Ho sùbito le dita ghiacce. Il freddo aumenta.