Simile a una visione interiore, simile a una di quelle imagini che la poesia rischiara d'improvviso nella profondità della tristezza, m'apparisce in un attimo la tomba navale.
Or dove sono quei fiori che si posarono su lo specchio funebre senza turbarlo? Come ritroverò i movimenti di quella sinfonia vespertina che pareva rendere a noi sensibili le nostre ali, quasi fossero appiccate ai nostri òmeri?
Si volava a poca altezza, seguendo il lido sinuoso, come se alla terra ci avvicinasse un aumento d'amore. Ma ci sembrava d'essere, in verità, tra due cieli, tanto la faccia della laguna più e più prendeva simiglianza con la sera già su lei china a rimirarla.
Tutto quel chiarore diffuso aveva origine laggiù, sottomare, nel fondo del golfo. Non era un lume di tramonto. Era il lume di non so che spiritualizzamento operato dalla morte immortale.
Chi mi raccontò un giorno la leggenda di quell'uomo solitario che lasciò lo sguardo sopra una imagine sacra lungamente e ferventemente contemplata? I suoi occhi continuarono a vivere senza sguardo, pur rimanendo aperti allo spettacolo del mondo. Ma l'imagine sacra, la tavola dipinta, rimase arricchita d'un mistero inimitabile come il Paradiso.
Questa figura mi serve a sollevarmi verso il modo di quel sentimento che s'era generato in me dalla visione del sepolcro immerso. Il mio sguardo, rimasto nello specchio funebre, s'era convertito in una spiritualità senza confini, ond'ero alleviato e illuminato io medesimo fin nell'imo della mia sostanza.
Allora, più che in alcun'altra elevazione della mia miseria, conobbi come l'anima sia un elemento perpetuo, non legato ai corpi, non prigioniero, ma dai corpi attinto come il vaso attinge l'acqua e la contiene e poi la riversa. Ora saliva e fluiva essa come l'alluvione, smisuratamente accresciuta dalla carneficina che vuotava ogni giorno innumerevoli petti. Restituita in libertà dall'eroismo, essa fluttuava sul carnaio trasmutando gli aspetti della terra e il senso del nostro respiro umano. Sopra tanta strage, sopra tanti cadaveri, non sentivamo noi una più grande quantità d'anima nel mondo? Più grande in copia, più pura in essenza. Noi stessi n'eravamo traboccanti, e ansiosi di versarla ad aumentare la piena. La sua potenza era per sforzare le ossa della stirpe futura, l'angustia carnale dei nostri figli; era per costringerli ad esternarla di continuo in grandi azioni, in grandi invenzioni, in grandi sacrifizii.
Il nostro volo ci pareva sostenuto da una specie di rapimento. Il mio pilota abbandonava le leve senza che le ali vacillassero. Il palpito del fuoco operoso pareva attenuarsi nello spazio che l'estasi sempre più allargava dentro di noi respingendo i limiti dei sensi. Respiravamo l'anima e la melodia dell'anima, e i pensieri eterni che i poeti traggono dalle improvvise sue sublimazioni. Era come la beatitudine di un transito. Vivere era come morire, morire era come vivere. La nostra fragilità non era se non divina trasparenza.
E il mio compagno mi toccò la spalla, come soleva; e poi fece un segno verso occidente.