Mi volgo verso il mio pilota. Il suo volto è grave e attento. Ora mi guarda senza sorridere. Una stessa commozione ci mescola. Il nostro petto è pieno di patria. Vedo laggiù, dietro il suo camaglio, di là dai timoni, il campanile di Aquileia e i santi pini superstiti della grande selva nautica che copriva dal Gargano al Timavo il lito adriano. Abbiamo nelle ali gli spiriti della storia più solenne. Respiriamo una nobiltà presente come l'aria. Onoriamo nei nostri morti un'elezione divina.
Mettendo la prua verso Punta Grossa, prendiamo quota, mentre osservo se dalla baia di Muggia non si levi incontro a noi un'ala nemica. Il nostro «Albatros» è male armato per il combattimento aereo, ma acquistiamo il vantaggio del vento, del sole e dell'altezza. Il golfo è deserto e liscio come un lago alpino. Trieste è tutta bianca in un velo di luce. Vedo l'ombra lievissima dell'elica tremolare su la tela chiazzata d'olio bruno. I tiranti ben tesi vibrano come le corde dell'arpa eolia. L'orecchio attento, a traverso la tasta di bambagia che lo tura come la cera d'Ulisse, percepisce le minime variazioni nel tono del motore. Lo spirito è oggi tanto sensibile al numero che tutte le apparenze gli giungono ritmeggiate. Il suo silenzio è vicinissimo al canto.
Nella virata vedo alzarsi da Gorgo due nostri velivoli; distinguo sopra le ali le due bande e i due cerchi neri. S'alzano a proteggere la nostra esplorazione. Paiono immobili, sospesi nella quiete. Roteando in larghi giri, attendiamo che prendano altezza. Laggiù, il Carso pallido sembra che vibri nel calore come la lava quando si fredda perdendo il vermiglio.
Incomincia la nostra discesa, mentre i due velivoli fanno la guardia incrociando a levante. Il cuore diviene ansioso, l'occhio attentissimo. Siamo su la linea congiungente Punta Grossa e Grado. Il sole declina, la bonaccia si fa tutta eguale, senza bava di vento.
Mi piego sul bordo, col capo nel turbine dell'elica, studiando gli aspetti dell'acqua. I segni della mia mano indicano al mio compagno le diverse direzioni. Il velivolo obbediente le segue, sempre più abbassandosi. Vira, sbanda, sta su le volte, procede a biscia, come una vela che bordeggi per non allontanarsi dal luogo.
Ed ecco, con un balzo del cuore alla gola, ecco che mi sembra di scorgere su lo specchio liscio una chiazza scura, simile a quelle macchie screziate che appariscono quando si muove il primo pelo dell'acqua e il mare muta colore Mi volto verso il mio pilota con un gran gesto involontario. Egli si china dalla stessa banda e guarda, mentre l'Albatro cala a poche braccia dall'indizio. È una chiazza oleosa, è la nafta del Jalea.
Allora l'ansietà di scoprire il fondo mi curva sul bordo della carlinga, dove la mia gola aderisce come a una lunetta di ghigliottina. Sono tutt'anima e tutt'occhi, tremante e lucido. In un battito delle palpebre mi riappare di tratto in tratto il viso del capitano. Per lui mi fu confidato quel fascio di fiori. Quando mi sollevo per rivolgermi al mio pilota, sento nel calore del cofano il profumo della cedrina e delle rose bianche.
Sorvoliamo in su e in giù lo stesso spazio. Ci risolleviamo, ci riabbassiamo. Proviamo e riproviamo. La trasparenza è mutevole, la luce è ingannevole. Il mare ci contende il suo segreto.
Distinguo a una profondità di circa tre metri qualcosa di chiaro e di rotondo come una larga medusa. È la testa di una torpedine. Siamo sopra lo sbarramento, contro il quale urtò nell'accostata il sommergibile.
Quale istinto misterioso governa ora la nostra macchina alata? Quale spirito la guida? Dentro di noi, fuori di noi, si fa un grande silenzio. Tutto è acqua e aria. Le coste hanno assunto una qualità eterea. Non le guardo ma le posseggo come orli luminosi del mio sentimento.