Ma il capo cannoniere che guida il battello, quando è sul punto di scoprire il nuotatore, scorge un velivolo austriaco che traversa il golfo da Trieste volando verso Grado. Il rombo del motore impedisce di riudire la voce sottovento. Egli tralascia la ricerca e ritorna nel porto, sotto la minaccia del nemico aereo. Il naufrago distante lo vede coi suoi occhi scomparire. Dopo la sedicesima ora di resistenza inumana, quando pare che il suo patimento sia per finire, ecco che egli deve chiedere al suo cuore un nuovo sforzo, il più difficile! Resiste anche alla disperazione. Aspetta che il velivolo passi, che il rombo si dilegui; e ricomincia il suo clamore.

Il battello esce di nuovo; fa rotta ad ostro, verso l'origine della voce; avvista finalmente l'uomo, in vicinanza del gavitello che è posto al largo. Il capo cannoniere s'alza in piedi e grida di lontano al nuotatore: «Viva l'Italia!».

Vietri, che vuol dire ardore, si leva con tutto il petto fuori dell'acqua e risponde con tutta la possa dei suoi polmoni: «Viva l'Italia!».

Quando il battello gli è vicino, egli lo raggiunge con due bracciate; poi, senz'aiuto, pontando le braccia, sale a bordo. Respira; sorride; chiede da bere.

Gli uomini del battello sono confusi: non hanno portato né acqua né cordiale. Uno gli offre una sigaretta, peritoso. Egli franco la prende, l'accende, tira qualche boccata di fumo, con gli occhi socchiusi, con un'aria di contentezza infantile, come se riassaporasse la vita di bordo, come se ritrovasse il primo tra i piaceri del marinaio.

Sbarcato, condotto all'infermeria, non perde mai le forze, non si lascia mai vincere dal malessere e dalla stanchezza. Conserva la sua disciplina in ogni atto, in ogni motto, come — dopo sedici ore di mare — la sua pelle serba il buon colore di frumento e la ferma grana, conciata all'uso nostro, all'uso d'Italia, non con la vallonea spenta nell'acqua di mortella, ma col sale e col sole.

Quando nomina la sua nave perduta, quando parla del suo comandante e dei suoi compagni rimasti nel fondo sepolti, quando apprende che nessuno è giunto in salvo, di quelli esciti con lui dal portello di prua, il dolore lo stringe: un dolore senza lacrime, un dolore d'eroe, che par gli intagli quel dolce volto con uno scarpello più severo. Resta mutolo e fisso, col capo reclinato. L'acqua salsa gli cola dall'orecchio giù per l'omero nudo.


Sembra che la purità di quella mestizia si diffonda su le lagune e sul golfo, quando dal canale di Gorgo ci rialziamo a volo per esplorare lo specchio funebre, per scoprire in fondo alla trasparenza marina il sepolcro d'acciaio.

Abbiamo colto i fiori violetti della barena. Davanti a me, coprono le bombe, con quell'altro fascio. La pulsazione energica del motore non turba il sentimento musicale che ho in me e che raccoglie tutti gli orizzonti in una sola armonia.