La Landa era buia sotto il nuvolato; ma faceva dolco, come nella nostra Maremma notturna col vento di levante o di scirocco quando s'ode fra lunghe pause un anatrare di germani nelle tamerici, uno squittire di volpi lungo i paduli teneri di cannuccia novella, uno sgretolare di sassi al passaggio dei cinghiali su per le muricce, e il lagno che viene dal fondo dei secoli.

Qui udivo gli stridi fiochi degli uccelli marini di là dalle dune, simili talora a un pigolìo triste, e la voce dell'Oceano rammaricoso, e la nota del chiù che mi toccava ogni volta il punto più dolente del cuore come se meglio di me lo conoscesse.

Una nostalgia improvvisa m'accorava, creandomi nei sensi fantasmi così pronti che un brano di me stesso pareva sollevarsi da un di que' paglieti e poi ributtarsi giù in qualche piscina, o escire da una lama, scendere per un trattoio, pascolare sotto una sughera. Poi le allucinazioni animali s'interrompevano; e il sentimento poetico della patria era come il murmure degli spiriti che sognano all'ombra degli iddii lontani.

«M'è impossibile vederla, parlarle, intenderla» pensai soffermandomi e posando la lanterna su la sabbia, dentro un'orma d'uomo.

Mi pareva di non poter sopportare la presenza dell'amica tormentosa che m'aspettava, né contatto o prossimità di alcun altro essere angusto che mi richiamasse a me, mi forzasse a rientrare in me stesso, ricacciasse nelle impronte consuete quella straordinaria vita che sgorgava dal mio petto e si spandeva per tutto l'orizzonte cupida di lontananza, di novità e di creazione.

La lanterna era ai miei piedi; e dall'orma ch'ella occupava si partivano altre orme per ogni banda e si perdevano di là dal limite del chiarore. Il solco d'un carro biancicava come sparso di farina sfuggita a un sacco forato, ed era il pòlline piovuto dal nuvolo; nell'altro solco parallelo una catena di bruchi camminava verso l'eternità con la contrattura lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli; un ramo rotto e sfrondato giaceva in traverso, biforcuto come quello che serve a scoprire i tesori sepolti. Poco chiarore era per terra; ma mi pareva che, se avessi voluto, avrei potuto accendere nel sommo del mio spirito una di quelle luci onniveggenti che dalle torri della nave da guerra esplorano in giro lo spazio ostile e irraggiano l'avanzare cauto della morte. Avrei potuto scrutare il fondo della notte, se avessi sollevato un'altra palpebra che m'era più a dentro di quella sensibile su cui mi piaceva di provare la frescura marina abbassandola come sotto un labbro fugace. Ma l'ansia di creare arrestava a ogni tratto l'espansione del mio spirito, la mia aspirazione verso l'infinito, la mia inclinazione verso gli abissi, come se avessi in me una sorta di presame misterioso che rappigliasse in figure determinate l'idealità del mondo.

Un gran silenzio s'era fatto nella Landa; il quale non era se non il muto crescere della notte paziente.

Come gli uccelli si precipitano contro i cristalli del faro, come gli insetti aliano intorno alla lampada, la vita della solitudine urgeva all'orlo del chiarore basso, respirava verso di me, mi guatava senza esser veduta.

Tesi l'orecchio a un rumore singolare, non senza sgomento; ché pareva ora prossimo ora lontano. ora nell'aria ora sotterra, simile al battere cadenzato di due stecche l'una contro l'altra, simile al tintinno che nel lavoro di maglia fanno i ferri urtandosi. Era il pastore?