Se bene non potessi aver dubbio su la persona, l'altra mi si voltò nel cuore con un tonfo sordo.
— Aveva l'aria molto inquieta — soggiunse. — Ha aspettato qui fino alle sei. La prega di andare da lei sùbito dopo pranzo.
Ci sono ore della vita solitaria, in cui la sensibilità del corpo sembra dilatarsi fino alle pareti della casa, in quella guisa che talvolta levando un braccio sentiamo il nostro cuore battere fino alla punta delle dita e oltre.
Tutta la casa pareva prepararsi a ricevere un che d'incognito. Un evento silenzioso poteva entrare per ogni porta. L'attenzione delle mura era tutta rivolta verso la notte. Nessuna stanza conservava il suo sentimento d'intimità, ma ascoltava quel ch'era per accadere di fuori e tralasciava di rattenere il calore e di conciliare i pensieri delle cose in lei raccolte e disposte.
Cercai tra le mie stampe qualcuna delle Lede conosciute. Prima mi venne sotto la mano quella dell'Ammannato, che è al Bargello. Un lontanissimo ricordo fiorentino mi risorse nello spirito. Lo ritrovai nel libro segreto della mia memoria, alla data del 22 settembre 1899.
Lessi, con una commozione confusa che non osavo scrutare per non dissolverla: «Ieri, incredibile a dirsi, alcuni servi del Bargello, volendo rimuovere la Leda, la lasciarono cadere; e il marmo si ruppe in sette pezzi. I frammenti furono portati all'Officina delle pietre dure per il restauro. Sono andato oggi a vedere quella voluttà disgregata. Le parti che più intensamente godevano sono intatte. La testa è fenduta, come la mia.... Dall'Officina son poi passato al Museo, per vedere il posto lasciato vuoto dal gruppo infranto. La mia imaginazione l'ha riempiuto d'una bellezza più ardua. Ora, stando io in questo imaginare, a un tratto tutte quelle campane mute e abbandonate che ingombrano la loggia (bocche col bavaglio) si son messe a risonare nella mia testa....»
La pagina seguente pareva scritta in un leggero delirio, né sapevo più per quale amore, per quale assenza: «Mi sembra che, allungando la mano, potrei afferrare qualche cosa di te nello spazio e tirarti a traverso la distanza, come un fanciullo tira la corda di un aquilone che il vento minacci di portar via oltre le nuvole. Lo spazio s'accende, e tu apri la bocca per bere il fresco della rapidità. Tu ridi. Odo il tuo riso; lo tocco come si tocca una collana, àcino per àcino. Si potrebbe piangere....»
Mai il senso magico della vita s'era fatto in me tanto profondo. Come la musica obliata nel quaderno rivive intiera ed esercita la sua virtù novellamente, quasi allora allora creata, se il sonatore la suoni su le sue corde, così quel ritmo del passato si misurava al respiro che m'era in bocca. Taluna parola sembrava apparirmi al modo di quelle che un tempo il dito d'una piccola sorella scriveva sopra uno specchio e che non mi si palesavano se non quando appannavo la spera con l'alito. E lessi per ultimo: «In una vecchia pietra sepolcrale d'Inghilterra, Lady Beauchamp non poggia il capo su l'origliere né sul veltro fedele, secondo la consuetudine, ma sul dosso di un cigno, sembrando vogare verso l'isola di Artù. Penso che, se potessi tornare stanotte di nascosto nell'Officina, tale m'apparirebbe Leda morta....»
Chiusi gli occhi; e nel viso della donna impastoiata cercai su l'orlo del labbro superiore una parte esigua che, non ricoperta dal rosso, si mostrava lividiccia durante l'attimo del tremito, mentre la finezza del naso pareva estenuarsi e prendere nelle narici quel colore fumolento che suole accompagnare la perdita dei sensi.
Il domestico venne ad avvertirmi che la lanterna era pronta. La portai per farmi lume nella via sabbiosa, tra le pozzanghere, andando verso il giardino della mia amica.