Pativo l'urgenza d'una forza che non dominavo; della quale veramente non sapevo se io la contenessi o ne fossi contenuto.
Quel gusto ceneroso, che avevo assaporato scendendo verso l'inatteso incontro, mi tornava misto a non so che dolciore sanguigno, contro cui si levava entro di me una ripugnanza amara come la nausea, i miei pensieri somigliando con orrore a quelle sanguisughe che bambino avevo veduto mettere in un piatto di cenere perché vi rivomitassero il sangue succhiato.
Quando alfine, trapassata la zona della malattia e dell'agonia, mi ritrovai nella selva selvaggia, sentendomi vellicare il volto e il collo dai fili invisibili tessuti tra ramo e ramo, compresi che quella era la carezza della primavera e che forse fino allora avevo torbidamente sofferta la doglia primaverile.
Una gocciola mi cadde su una mano, un'altra su una palpebra; una pina secca schizzò di sotto al calcagno; qualcosa di molliccio saltellò a traverso il sentiero, forse una botta; l'assiuolo sonò il suo oboe d'una sola nota; l'usignuolo colse nell'ombra quella nota di velluto bruno e la trasmutò in limpido cristallo volubile gorgheggiandola. Tutta la foresta fu piena di gemito e di canto, stillò di piovitura, grondò di ragia, sapida come un piatto di mescolanza, ineffabile come il sentimento della pubertà.
Ma in quell'immenso fiato la mia ansia non cercò se non il ricordo di quel profumo «simile all'odore che si parte da un cespuglio scosso», nel quale era venuta a me la donna impastoiata. L'ansia eterna dell'avventura mi riprendeva e mi riagitava con una violenza folle. Quale altra novità di possesso potevo sperare? quale altra comunione attendere? quale altra delusione raccogliere? Mi morse e m'artigliò il rammarico iroso di non aver saputo o voluto con un movimento d'audacia prevalere su la perplessità momentanea della sconosciuta, quando ne' suoi occhi fissi luccicava il doppio acume del dilemma. M'ebbi in dispregio come se avessi lasciato sfuggire per fiacchezza e per sciocchezza una preda magnifica. Dimenticai l'apprensione che m'aveva data, fra sedia e sedia, l'indagine di quello sguardo.
Il fermento della foresta mi comunicava una forza illusoria, onde nascevano propositi insensati. Cercavo d'orientarmi verso il punto della corsa lontana, verso la strada maestra. Non avrei avuto il tempo di ritrovarmi là, sul suo passaggio, aspettando il ritorno nella sera o nella notte? Mi pareva che una follia remota chiamasse la mia follia, a traverso la Landa. Affrettavo il passo. Due volte m'avvenne di smarrire il sentiero e di ritrovarlo passando pel folto, fra le ginestre e i rovi, col cuore che mi balzava come a un bandito che s'imboschi.
Anche nella mia casa erano accese le lampade. Le nuvole, avendo rioccupato il cielo, rasentavano il tetto, in fuga verso levante. Quando entrai, le stanze terrene erano piene di quello spavento indistinto che sembra riempire le stanze deserte finché la presenza consueta non lo dissipi; ché, quando l'uomo si volge per andarsene, sembra che un fantasma prenda il suo luogo e si sieda ov'egli era seduto poco innanzi. La marea saliva; e qualcosa di simile alla minaccia di una moltitudine di femmine romoreggiava contro la duna, rimbombava nella veranda.
— È venuto qualcuno? — chiesi al domestico.
— La signora — rispose.