La lucidità talvolta s'accompagna a un orrore quasi animale che sembra il castigo inflitto al laceratore dell'illusione, all'abolitore della convenzione.
Egli aveva cattive abitudini di malato e di maleducato mangiando: masticava con rumore, beveva col boccone in bocca, faceva schioccare le labbra, dimostrava una voracità e una sete non frenate da alcuna creanza. E queste cose comuni, in quella camera monastica annobilita dai libri e dalle stampe, dove ero solito prendere i miei pasti brevi leggendo o seguendo il mio pensiero, queste cose usuali apparivano enormi, aggravate dal mio sentimento insidioso; ché io di continuo gli rifornivo il piatto, gli colmavo il bicchiere, mi affannavo a rimpinzarlo e a inciuscherarlo come usa il compare col compare quando vuole averlo alla mano.
Veramente pareva che avesse grandi caverne da riempire o che da satollare avesse dentro di sé quell'uno che minacciava di non lasciargli neppur le cartilagini e le ossa. Accanto a quel viso vizzo, acceso da una punta di sbornia, incorniciato dai capelli lunghi e dalla cravatta a fiocco, arieggiante ancóra le vecchie maschere romantiche di Henri Mürger, ponevo l'enigma di quell'altra faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte.
E chiedevo senza suono: «È dunque la tua amante? Conosci la forma delle sue ginocchia? La tocchi con le spatole delle tue dita? Mangia, bevi».
Un soffio di creazione mostruosa alitava tra le pareti fitte di volumi, ove la mia anima era vibrante come quell'aria che chiudono i legni secchi d'un violino ben costrutto. Ciò che dei libri immortali si mescola alla fluidità della vita nel silenzio, l'eternità che è fissa nei frammenti patetici dei capolavori, il mito che appesantisce su una tempia invisibile il fiore vinato del giacinto, lo splendore limpido del vino simile alla presenza corporea del dio che discioglie, un pane, un frutto, un coltello, un lembo di carne trasmutato dal fuoco, l'orlo d'un bicchiere toccato dalla grazia d'un raggio, ogni cosa innanzi a me e intorno a me esprimeva me a me stesso. Pieno di significati, giocavo con l'amore e con la morte. Con la figura del mio ospite, con la figura della donna assente e con la mia sobria ebrietà componevo i quadri successivi d'una nuova Danza macabra.
— Chi è quello? — disse egli, volgendosi verso il camino.
Era il calco intero d'uno degli otto incappati che portano la pietra sepolcrale nel monumento del Gran Siniscalco di Borgogna. Stava presso l'alare, curvo ma con la spalla senza carico, nascosto il volto sotto il cappuccio, scoperto una sola mano dal pollice lungo.
— Veramente — disse — non ti sei fatta una casa allegra.
E, fissando lo sguardo torbido verso qualcosa che vedeva egli solo, s'attristò come fa l'anima quando si raggomitola sul sacco riempiuto.
— Vieni, vieni — dissi all'improvviso levandomi e prendendolo per un braccio familiarmente, con una gaiezza audace. — Raccontami i tuoi nuovi amori.