— Sì, vengo.

E mi prese una mano e me la strinse tra le sue dita convulse. Come incominciava la Sonata in fa minore, tacemmo. Mi parve che la musica non ci ravvicinasse ma ci separasse, perché pensai ch'egli dovesse sentirla da artefice, in un modo assai diverso. Su la sedia non conteneva la sua irrequietezza, e me la comunicava.

— Che hai? Chi cerchi?

Come si volgeva, mi volsi. Indietro, a destra in piedi, addossata alla parete, stava la sconosciuta, col viso verso di noi accennando. I suoi lineamenti tremarono nella mia commozione e si cancellarono come un pastello immerso nell'acqua.

— La conosci? — mi chiese egli, con uno di quegli accenti che sembrano soffiare in un petto subitamente votato di tutto.

— No. L'ho veduta una volta. Chi è?

Mi disse il nome, che non aderì alla persona ma rimase in aria, suono vano ed estraneo, come quello apposto alla bellezza d'una collina lontana che da tempo viva innominata e immateriale nel nostro sentimento.

— A domani — soggiunse levandosi, mentre la cadenza si compiva.

Come la vampa riscoppia dal tizzo velato di cenere, la febbre diede lume al suo viso disfatto. Lo vidi andare verso la donna, un po' curvo ma con una sollecitudine che invadeva anche le pieghe dei suoi abiti e i suoi capelli precocemente grigi sopra il bavero. Lo vidi raggiungerla, scambiare un saluto, partire con lei. Colsi dietro di me il comento maligno di due uditori. Dominai il mio tumulto, scossi le scorie delle mie imaginazioni solitarie, riacquistai l'acume del mio sguardo, mi preparai a ricacciar le mani nella materia viva. Dimenticai i giochi d'acqua, le collane sgranellate, la scarpetta d'Amarilli in cima allo zampillo, le fughe ridenti nella scala di marmo carnicino, per sentire di nuovo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.

Il mio amico venne, secondo il convenuto. Avevo tuttavia pietà di lui; ma mi accorsi che ora lo consideravo quasi strumento da servire, quasi arnese da trattare con mano delicata o rude nella vicenda. E la mia dolcezza, come spesso m'accade, non era se non una forma della mia energia.