I pomelli delle gote erano rossi e venati come le foglie della vite vergine su per un muro in autunno, non senza qualche rimasuglio di verdiccio e qualche traccia d'allumacatura. Avevo per la sua ruina, ahimè, le stesse pupille implacabili che avrebbero notato la più lieve onda nella seta manosa di certi capelli o nelle gronde di certe palpebre il radore d'un sol ciglio caduto.
— Bruciato da che?
Egli fece un gesto d'incuranza quasi brutale, ma mi fissò con uno di quegli sguardi che da uomo a uomo scendono dentro e sembrano cercare nel cuore un punto di sostegno, il luogo d'una simpatia virile.
Anche i suoi occhi ora m'apparivano come privi della loro buccia, come messi a contatto immediato con la crudità esterna, come se fossero i vertici scoperti della sua sensibilità e non potessero da nessun collirio essere leniti. Il suo sguardo mi doleva.
— Rimani ancóra? — gli chiesi. — Vuoi che ci vediamo?
— Parto fra due o tre giorni, sabato forse. Mia madre mi strappa via.
Aveva nell'alito l'odore del vino di Porto, ma i denti bianchi lasciavano ancóra alla sua bocca un che di giovenile.
Pativo la sua umanità con una forza singolare, come se fossi stato per qualche tempo il suo infermiere e avessi tollerato l'esalazione de' suoi sudori e conoscessi a una a una le sue miserie e le sue manie.
E già attendevo anche da lui l'inatteso.
— Vieni a colazione da me domani. Ti manderò la mia vettura.