— Compagno, — fece convulso, fissandomi — dimmi la verità. Non fu simulazione, ieri, quando mi chiedesti chi fosse? Non l'hai tu conosciuta prima di me? Non sei passato per là, tu anche?
— No.
— E perché sei geloso?
— Non geloso, ma forse un poco iroso. Tu lo sai: io non concepisco la vita se non sotto la specie dell'espressione. Ora coi tuoi racconti opachi tu hai contrariato, linea per linea, la sua espressione in me. Bisogna che io la ritrovi e la ricomponga a forza d'amore e di dolore.
Toglievo ogni gravità a quel che dicevo, col tono e col sorriso.
— Verrà a te; e l'amerai, e ne soffrirai.
— Me la lasci in retaggio?
— Certo, io ne vorrei morire. Ma sono trascinato via come Paolo, sono sottratto al bel destino. E la sua strana sorte è questa: che, al buon momento, ogni vittima designata le sfugga. Ella medesima sfugge a sé.
— A un polmone già leso da una ferita non hai temuto di comunicare il tuo male?
L'aria della stanza pareva divenuta cruda come quella che spira nei luoghi senza legge e senza menzogna. Non ero più capace di reticenza né di dolcezza. Vedevo da una parte quella forma stupenda, trattata con una magnanimità non men severa di quella che rivelavano gli esemplari dell'arte antica nella cui testimonianza continua si conferma il mio senso del mondo; e dall'altra parte consideravo quell'umano focolare d'infezione, quella sorta di sensualità ignominiosa che non potevo separare da un'imagine di lordura e di frode. La mescolanza mi pareva inverisimile. In fondo a quella mia domanda era un'indagine maligna, ché lo sapevo millantatore e incapace di confessarsi deluso come il cavaliere di Petruchio.