— L'hai tenuta veramente fra le tue braccia? Hai respirato in lei?
Le mie pupille lo foravano. Una contrattura involontaria delle labbra mi parve l'indizio atteso; ma egli lo cancellò con uno scoppio stridulo di riso, levandosi e un poco barcollando.
— T'informi con una prudenza senza pudore — disse. — Ma il contagio nella successione sarebbe la mia vendetta. Che ora è? Passerà di qui verso le cinque, a prendermi per ricondurmi. La vedrai. Desidera che tu le mostri i tuoi cani. Io partirò con mia madre domattina, senza fallo. È il caso di dire che ti trasmetto la fiaccola correndo.
Apersi la vetrata su la veranda, con la fretta di chi si senta soffocare da una esalazione malvagia.
La marea, che è femmina, montava verso la duna ispida di giunchi. Tutte le acque tremavano e brillavano sommergendo i banchi di sabbia pallidi e dolci come i corpi dei naufraghi succhiati dalle sirene. S'udiva un mormorìo profondo come dev'esser quello che annunzia la rompente primavera nei paesi di ghiaccio. Il sole declinante lasciava dietro di sé una via splendida per ove pareva dovessero scendere i suoi grandi cavalli bianchi liberati dal giogo. I miti della mia razza venivano a invadere le solitudini senza storia. Il mio spirito era fervido, fertile e fatale come nel principio dell'amore. Il compimento d'una divinazione era prossimo, e l'oracolo del sangue era stato bene interpretato.
Non avevo più volontà di volgermi e di rivedere quel viso distrutto, l'orribile teschio, la dura maschera d'osso a traverso la pelle logora. Qualcosa più forte di me e di quella miseria, ecco, nasceva; ed era per somigliarmi. Uno spirito diceva: «Soltanto esiste quel che ancor non è, e tu vivi del futuro, non ti ricordi se non del futuro». Il mio cuore diceva: «Tutto prendo su me. Ella è senza colpe. L'assolvo. Eccola». Parlava come quel pioppo che stava solo, quella sera, vestito d'argento cangiante, all'angolo di quel giardino. Reduci le apparizioni crepuscolari e notturne mi trapassavano, si dileguavano.
Udii il rumor secco che fece il coperchio del pianoforte sollevato; e non mi volsi ma attesi, rabbrividendo come se la mano si fosse posata su la mia spalla e non su la tastiera.
L'anima dello strumento vibrò come per uno schianto di dolore.
Il morituro parlava il suo vero linguaggio. La disperazione parve talvolta imitare il grido d'una felicità terribile e afferrare il destino alla gola con una branca potente come quella di Beethoven. Tutto quel che innanzi era stato detto o pensato, tutto fu piccolo, vano e lontano. La luce del giorno fu simile alla cecità.
Mi volsi contro lo stipite, vi poggiai la mano alzata e contro la mano la fronte, con chiuse le palpebre. Feci la notte in me, per cogliere i bagliori che la musica spandeva di tratto in tratto sul fondo vacuo della vita. Una pausa mi sospese sopra il mio proprio annientamento. Era come se il silenzio fosse per durare in eterno. Il pianto ricominciò; poi di nuovo si tacque. Ricominciò per la terza volta, come in una sosta al limitare della porta che si deve chiudere; poi finì. E nessuno si mosse.