D'improvviso udimmo un rombo al cancello del parco.
E quegli si levò, e io mi volsi; e mi vidi scolorato in lui, smorto e con le labbra livide, come chi dal fondo risale a galla senza respiro.
Vi sono sentimenti di non so che virtù plastica, i quali sembrano quasi rimaneggiare la materia umana e rifoggiarla in un aspetto momentaneo.
Quando scendemmo verso il cancello, non ancora abbandonati dalla potenza musicale, mi parve che facessimo un essere solo, più grande di noi due, pieno di un'anima primitiva, e che quell'essere fantastico vacillasse da un lato, zoppicasse da una banda. Non fu se non un attimo, inesprimibile, che si dileguò nell'immensità della primavera, s'involò di là dai confini del mondo. Se la donna avesse posseduto una visione magica, avrebbe veduto avanzarsi verso di lei quella forma ineguale dell'Amore, simile a una chimera labile. Ma a ogni passo noi ci separavamo più nettamente. Sentivo la commozione del mio compagno salire in confuso a traverso la sua ebrezza fumida, a traverso i veleni del suo sangue, gli ingombri de' suoi mali. Sentivo la mia spandersi come un succo vigoroso per la leggerezza del mio corpo quasi digiuno, aumentarsi ad ogni passo come se il contatto del tallone sul suolo m'arricchisse del fervore terrestre.
Ella era rimasta nella carrozza, davanti il cancello. Quando ci vide vicini, balzò a terra, con un movimento che suscitò in me onde innumerevoli, quali nell'acqua del Bacino talora il salto di certi pesci dorati e arcuati come la giovine luna.
Non portava più le pastoie. Quella inflessione della sua grazia, che avevo già notata dalla cintola in giù a imagine di Leda in atto di accogliere il cigno, pareva favorita dalla gonna drappeggiata e quasi arrotolata in avanti su le due gambe con una maniera che mi faceva pensare ai petali ravvolti di quei grandi giaggiuoli foschi detti gigli di Susa. Ogni piega e l'ombra dentro la piega e il chiaro su la falda e la docilità del tessuto e il disegno ricorrente erano modi della sua fresca vita, che mi toccavano come la linea del suo mento tirata dalla divina giovinezza. La ricevevo in me, semplice e numerosa, in quella guisa che la massa dell'aria ci preme intiera e nel tempo medesimo penetra ciascuno dei nostri pori. Tutto in lei m'era noto e tutto m'era ignoto, per l'attimo e per sempre. Ed ella certo lesse questa novità ammirabile nei miei occhi.
«Ancóra! Ancóra!» Uno spirito ripeteva in me la parola di chi non è mai sazio e di chi sa che dopo una cosa bella v'è una cosa più bella.
Cose visibili ed invisibili sopraggiungevano nella luce, come tratte da una corrente, con quell'aflluire precipitevole che vediamo presso le cateratte.
Il parco era trasmutato in una cuna di calore, per uno di quegli affocamenti improvvisi che nella Landa sembrano l'inganno della Morgana occidentale intenta a simulare l'alito estivo. L'oro solare e il pòlline arboreo mescolavano al palpito del vento una medesima polvere. I pini avevano alla punta di ciascun ago una gocciola d'azzurro.
Parlavamo. Ciascuno di noi tre aveva l'aria d'ascoltare l'altro e di rispondergli. Ma era come quando in sogno vediamo muovere le labbra dei vivi o dei morti e non udiamo il suono. Si formava un vortice silenzioso con la sostanza fluida di due vite; e la terza vita era simile a uno di quei rottami che sono attratti, aggirati e poi respinti. Tutto era nascosto e tutto era palese, tutto accadeva alla radice dell'anima e all'estremità dei nervi, somigliava all'iniziazione e somigliava alla perdizione. E certo uno di noi era perduto, e forse due erano perduti, e forse tre, come nella canzone greca di Caronte.