— Partirò.

— Forse mi troverò alla partenza del treno, per salutare tua madre.

Gli si torse la bocca come a un rigurgito d'amarezza. Salì con pena, si sedette accanto alla donna del mito.

Pareva ch'ella non conoscesse più né me né lui. Ora, tra gli orli delle palpebre induriti e netti, aveva di quelli occhi che ci lasciano perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco e senza presa. Lo stesso bagliore obliquo, che mutava in piastra rossa la scaglia dei tronchi, le infiammò su la tempia il metallo dei capelli.

— Addio — disse ancóra il mio amico, levando la mano che aveva tratto dalla tastiera la lamentazione notturna.

«Non t'ama, non t'ama.»

Le ruote si mossero nel rombo, solcarono profondamente la via sabbiosa lasciando tra l'uno e l'altro solco qualcosa di quel fascino che la mia lanterna posta in terra aveva rischiarato nella notte lontana.

Il rombo sì attenuò, si perse. Rimasi in ascolto tuttavia. Non udivo più se non i colpi del mio cuore ripercossi nella mia nuca. Un'ansietà simile a una vampa struggente dissolveva in me i pensieri, e mi ricacciava in bocca quel gusto di sangue e di cenere che avevo masticato sul cammino interrotto da quella mano sudicia colante e brancolante in cerca della cosa perduta.

Tornai verso il canile, come si torna verso il luogo dove si compì un miracolo di vita o d'arte, per rinnovare le domande che restano senza risposta.

I lunghi musi umidi sporgevano di tra le sbarre, e gli occhi scuriti dalla sera guatavano come quelli dei cigni quando si passa lungo l'acqua d'un giardino già invaso dall'ombra e dal sonno.