Vi sovviene, o Chiaroviso, di quella sera? In quella sera, per segno di fraternità latina, io vi diedi il bel nome italiano che a un tratto mi ricordai d'avere scoperto in una vecchia carta notarile pistoiese quando i bei nomi generavano nel mio spirito le belle eroine: Chiaroviso. Sembra il nome luminoso delle due patrie congiunte.

Poi seguirono giorni stupendi, che canteremo.

Colgo intanto per voi nel libro della mia memoria queste pagine di passione scritte sotto la data del 27 di quel luglio tragico. V'è un canto nascosto.


[Veramente oggi la vita è sospesa; e, così com'è, sembra non valga più la pena d'esser vissuta. Il tedio e l'ansia s'avvicendano; o l'una attraversa l'altro come la corrente che passa pel mezzo del lago stagnante. Non so quante cose malate e quante cose morte appèstino l'aria. Respiriamo infezioni senza numero e ignote, come quando la polvere crassa e il fango risecco ribollono sotto la prima acquata in un paese che devastarono la canicola e la pestilenza.

Mi ricordo di aver paragonato una certa tristezza dell'uomo alla nave che con l'elica guasta è perduta nell'immenso polipaio, nell'inerzia ardente dell'Oceano sotto il Tropico, morendo a poco a poco nel fetore della sua sentina.

Sentii l'odore d'un abisso

invisibile e onnipresente,

il pestifero fiato

d'un gran mare torpente