O necessità della sorte, dura e pur bella, che non ci consente di vivere più oltre se non siamo capaci di creare a noi stessi la nostra primavera e di restituirci in novità di vita!

Perché quello che fino a ieri ci valse, oggi non ci vale più; quel che ci appartenne, non più ci appartiene. I sostegni abituali mancano a un tratto, i comuni rimedii sono inefficaci. Domani non possederemo più nulla, di quanto fu la nostra ricchezza illusoria. La nostra vecchia anima sarà men che un cencio da buttar via. Saremo spogli di tutto, vuoti di tutto. E non ci sarà permesso di mendicare, ma sì ci sarà imposto di conquistare. E la vera legge marziale sarà su noi instaurata dopo la guerra delle armi; che uccidere e distruggere sarà ben facile cómpito in paragone di quel che i superstiti troveranno dinanzi a loro.

Quale, tra le sorti del mondo, è magnifica come questa che si disegna ai nostri occhi attoniti? Neppure la resurrezione asiatica, il subitaneo ringiovanimento che rinnova la sacra Asia, le è comparabile; né alcun altro più fiero dramma di stirpi nella storia umana. Ecco che l'Europa decrepita, la temporeggiatrice incurvata dal peso delle sue frodi e delle sue viltà, sta per immergersi tutta nel sangue con la certezza di uscirne più giovine che quando su lei barbara i freschi vènti della Rinascenza soffiarono dal Mediterraneo! Il più crudo fato diventa una fede inebriante, per gli spiriti maschi. L'ansia si placa in un culto di aspettazione.


Penso che l'antico Ade non fosse nel mondo di giù, ma rimasto sia con gli uomini che l'imaginarono. In questo intermezzo di giorni so che mi muovo tra le ombre della vita, ignudo di ogni bene e quasi immemore, non dissimile a un ospite delle valli cieche. La malattia m'aveva già distaccato da molte cose, e liberato interamente dalle ceneri del mio stesso ardore. Esco dalla convalescenza come uno che, abituato a camminare con gravi fardelli e più grave compagnia, passi a nuoto una rapida fiumana, avendo prima in essa gettato ogni sua soma e lasciato i seguaci su la riva. Sono leggero e spedito per andare verso l'avventura, verso il pericolo e verso la morte. Forse mi sarà dato di sentire in me la stupenda novità che si prepara, prima di disciogliermi. Ma già la ricevo in forma di annunciazione.

Dal principio della primavera a questa estate, un sentimento continuo di precarietà m'ha impedito d'intraprendere qualsiasi cosa e pur di disegnarla. La vicenda cotidiana m'era estranea e remota. I prossimi mi parevano larve inesistenti. Poiché la vita, quale mi s'offriva, non valeva la pena ch'io la vivessi, ero contento d'essere occupato dal mio male e dalla mia pazienza, chiuso in una sorta d'involucro angusto, simile a una crisalide silenziosa. Ma tuttavia avevo in me la certezza che quel tempo non fosse se non un passaggio fatale e che in fondo a quel silenzio si accelerasse il ritmo formidabile del Destino. Pensavo che una parte della materia umana fosse tolta a me, come a ogni altro uomo consapevole o inconsapevole in quel punto, per alimentare e aumentare l'evento, e che il mio soffio e l'altrui fossero menomati per accrescere un turbine non del tutto composto ancóra. Tenevo il viso rivolto verso una triste finestra che dava su una corte ove non s'udiva se non cuoche scodellare, serve cianciare, bambini fiottare, ustolare cani prigionieri. Quanto ho amata quella umile solitudine che mi preparava a non essere più solo!


E mezzogiorno, è l'ora alta in cui le carogne abbandonate brulicano di vermi e ronzano di mosche. L'aria è ambigua, calda e fredda a volta a volta, afosa e umidiccia, quasi ributtante come certe mani che ci sono tese nella strada e che ci danno il bisogno subitaneo di nettarci dal loro contatto non soltanto con l'acqua ma con l'acido. Alla punta della Torre di ferro, che sembra il priapo della città, la nuvola si lacera rossastra come il fumo alla bocca del cannone. Pioviggina? o è l'immondo sudore della Corte d'Assise, che ricade su Parigi anelante? Un venditore di giornali vocia, laggiù, verso l'Arco di Trionfo; e mi par di vedere la sua fauce vinosa, la sua carotide gonfia che sforza la cravatta rossa, il suo berretto consolidato dall'untume. Il vano dell'Arco è senza luce: sembra murato provvisoriamente con mattoni per coltello. Ma domani l'alto rilievo eroico di Francesco Rude, la Dipartita, non si staccherà dalla pietra, non diverrà un gruppo scolpito di tutto tondo, non si metterà a camminare, non s'ingrandirà come una valanga, non travolgerà tutto e tutti nel suo impeto trionfale?

Abbasso le palpebre su la mia intollerabile angoscia; e rivedo la mietitura del mio paese, un certo campo del Lazio tutto sanguigno di papaveri, una mano bruna che ha un suo certo modo di prendere la manata di spighe da segare, un fastello di covoni coperto di passeri ghiotti nel contado di Settignano, uno stuolo di mietitori seminudi lungo la via polverosa di Montecassino, il tremendo specchio del lago di Nemi nel suo cerchio di selve, la lunata d'una spiaggia etrusca, la stortura d'un pino piceno carico di cicale, gli occhi d'una paranza ortonese dipinti di minio, e la sacra bocca dolente di mia madre.

Si parte dalla mia anima un gesto improvviso di passione, come verso una presenza tangibile, come verso una creatura nel tempo medesimo reale e ideale. Per alcuni attimi il desolato volto materno si pone tra me e il volto della Patria che ho creduto di scoprire come in un lampeggiamento penoso. «O timore simile all'inverno che conduce per mano la speranza simile alla primavera!»]