E trovo nel libro della mia memoria queste altre pagine sotto la data del 30 di agosto. V'è un canto celato.


[Oggi l'invasore è a La Fère, occupa la cittadella forse immemore d'un'altra capitolazione precipitosa davanti alla medesima forza. I suoi cavalli scendono per la vallata dell'Oise verso Parigi, calcano già il vero cuore della Francia, scalpitano la più sensibile parte della terra afflitta, con ogni pesta profanano una memoria, offendono una bellezza, rinnovano un dolore. Ho veduto un velo subitaneo turbare lo sguardo di colui che dianzi mi dava la triste novella, nato nella contrada natale di Jean Racine, all'ombra delle vecchie torri alzate da Louis d'Orléans. Ora, se socchiudo gli occhi ed evoco l'Isola dai tre Gigli, mi sembra di vedere tra poggio e poggio tutti i suoi campanili tremolare come i suoi pioppi; e forse non è se non il pianto contenuto del mio amico, che mi fa vacillare lo spirito.

Ma mi riappare, ne miei ricordi di pellegrino, l'antica signoria dei Coucy senza paura, entro la disutile cerchia merlata, sopra le praterie basse inondate dalle due fiumane, in un odore di concia. Or è quarantaquattr'anni, quella città di pellai, di mugnai e di oliandoli issò la bandiera bianca, avendo perduto tre de' suoi borghesi, dopo un assedio d'un giorno, con tutte le sue vettovaglie intatte e con più di cento cannoni ammutoliti. La foschía di quel malvagio novembre lontano sembra oggi a un tratto rispandersi su Parigi attonita. Il cielo è ingombro di cenere, le strade sono pallide come arterie senza sangue, la Senna stagnante e spessita sembra resistere allo sforzo del rimorchiatore fumoso che trascina la lunga fila dei barconi carichi di carbon fossile; e tutti gli alberi perdono le foglie, come se all'improvviso si ammalassero d'autunno.

Il palpito della città è intermesso, ineguale, rotto da lunghe pause o accelerato da un'ansia folle. Una piazza deserta par vôtata dalla tromba duna nuvola che s'alza, s'avvolge e trascorre a levante, torbida e gonfia della vita rapita agli uomini. Uno sprazzo crudo di sole contro un marciapiede popoloso sembra annientare i passanti, come uno scoppio di mitraglia. Un gruppo di operai famelici, sotto un muro spellato di vecchi affissi osceni, non è se non una minaccia d'occhi selvatici e di bocche ferine. Vetture in corsa, zeppe di carne da macello, passano con un gran rombo e un gran vocìo, andando verso tramontana; e tutti i fantaccini son seduti su le loro brache rosse, come i battaglioni falciati all'altezza degli inguini stanno a terra in una pozza grumosa e ancor gridano. Le dodici stazioni di Parigi pompano il coraggio e la viltà: scaricano fuor della cinta quelli che vanno a combattere e quelli che si salvano. Visi bianchi di donne dalle ciglia e dalle labbra dipinte appariscono, nella rapidità dello spavento, di tra i cumuli delle valige e delle scatole, in fuga disordinata come se già il primo drappello di ulani fosse alla Porta Delfina. Il veterano già rimastica il pane scuro dell'assedio, tra i denti che gli restano. La cortigiana, abbandonata dal mantenitore, si dondola su gli alti tacchi con un gioco sapiente di ginocchi e di lombi nella gonna stretta, lungo le botteghe chiuse, sotto l'ingiuria delle oneste portinaie, già pronta ad accogliere il dragone bavaro o l'ussero della morte. Contro i cancelli d'un ambasciatore invisibile s'accalca la fame degli emigrati, s'impazienta la lunga attesa vana; e già l'odio e la ribellione balenano sopra la miseria, mentre il lezzo umano si mescola al fiato putrido dell'estate moribonda.

Ecco il silenzio della pietra, una via deserta e cieca, un'ombra plumbea fra alte case esanimi, uno spazio morto, qualcosa d'un canale succhiato dalla bassa marea, e me simile a un rottame sperso, a una bottiglia vuota, a una scarpa informe di naufrago. «Chi sono? dove vado? e che ho mai fatto?» Le mura si serrano. Mi soffermo, per fiutare quell'aria ignota. In capo della strada, tre vecchie agucchiano e biasciano davanti a una soglia, con le gote grinzute come le palme delle mani e, come le palme, scritte dal Destino per segni indecifrabili. Parche senza nome, mi guatano e mi agghiacciano, minacciando con le loro cesoie nascoste l'ultimo filo del mio passato. «Il ragno tumido ha tessuto la sua tela fra i rami del mio lauro.»


Perché non posso più sopportare la solitudine? e perché non posso più conservare la mia sostanza né considerare gli aspetti della mia anima?

Un tempo sapevo con qual tra- vaglio l'operaio sanguigno, che m'ho alla cima del cuore, trasmutasse tutte le cose in mio sentimento. Oggi mi sembra che il cuore carnale «non maggiore della man chiusa» faccia un altro lavoro, a me sconosciuto, e ch'egli non riconduca a sé, pel circolo consueto, quel che fuori di sé ha spinto. Tutto si parte, e nulla ritorna. Tutto si dona, e nulla si riprende. Ho perduto il mio mondo, e non so se ne conquisterò un altro. Ho ripudiato quel che fu la mia potenza; e talvolta, con un profondo brivido, nel tumulto degli uomini, penso a una bellezza segreta che non so rivelare ancóra e che forse altri manifesterà per un'arte misteriosa non posseduta da me se non in forma di divinazione. « Chi inciderà ancóra una sillaba nel frontone dell'Arco? E chi nella parete del Monte scolpirà una lettera sola del nome? E chi scruterà l'Avvenire convolto nel grembo penoso?»