Talvolta, all'annunzio d'una strage, penso che la guerra prepara gli spazii mistici per le apparizioni ideali. Se resto solo, o nella mia casa o nella via, mi sembra di udire in realtà crollare le masse d'uomini come quando nella foresta folta si pratica la radura che subito è occupata dalla nuova luce. Questo senso continuo dell'opera di morte dissolve ogni pensiero abituale. L'abbattimento è senza pausa. Quel che un Antico nostro chiamava «il tagliamento delle genti» non ha mai tregua. In ogni attimo le creature sono agguagliate alla terra che si abbevera del loro sangue furioso, prima d'inghiottirle e di convertirle in sua grassezza tranquilla. Anche una volta la divinità della terra è testimoniata dall'immane sacrifizio. Ella prende il corpo orizzontale dell'uomo come misura unica per misurare il più vasto Destino. E se si sazia di carne, poi la rende in ispirito. Dove il carnaio si dissolve, quivi nascono i fermenti sublimi. Dove si sprofonda il peso mortale, quivi la libertà dell'anima si leva. Quanto più larga sarà l'offerta, tanto più alto sarà il prodigio.
Così comprendo come la terra e la guerra sieno entrambe d'essenza divina e per sempre congiunte da un patto non violabile. Nei campi e nelle nazioni il solco, sia bruno o sia vermiglio, è fatto per essere seminato. E ogni solco non ha altra necessità se non di crescere e d'alzarsi. Mi viene in mente una parola tragica: «Avete voi giaciuto come il figliuolo e la madre, tu e la terra?» Mai fu più forte e pieno il contatto fra l'uno e l'altra. E ora so perché mi diede tanta commozione il leggere che i soldati d'Africa, in un assalto disperato contro i reggimenti della Guardia imperiale, combatterono tutti a piedi nudi.
Ogni attimo ha qualcosa di lontano e di sacro; e in ogni luogo lo spirito è dalla poesia rapito fuori del tempo.
La Senna ristagna sotto una calura cinerea. Di là dalla ripa arborata il poggio s'accovaccia sotto un castigo di nuvoli. Nell'acqua inerte si specchiano le croci bianche abbaglianti dipinte su le prore delle lunghe barche di traffico. L'ululo d'un rimorchio lacera l'afa greve, e gli risponde un mugghio dal polverio del ponte. Innanzi la porta risonano i colpi degli abbattitori d'alberi, che tagliano i tronchi per abbarrare il passo. Dietro la porta, nella via soda, i picconi scavano la trincea. Qualcosa di primordiale e di selvaggio è nel chiarore del nembo imminente. Il pericolo soffia per la valle del fiume tributario; par visibile come la polvere, come il fumo, ch'entrano negli occhi e nella gola di chi cammina.
Una immensa mandria di buoi s'incalza e s'accavalla sul ponte, sbocca su la strada, si spande per la ripa, spinta coi gridi e coi pungoli dai soldati e dai bovari polverosi. Sono mille, sono duemila, sono tremila. Si precipitano innanzi come un torrente gonfio; e hanno il colore dell'alluvione che ha rapinato le terre fulve, il colore della ruggine e dell'ocra, della paglia e del croco. Perché tanto si affrettano? per sfuggire all'inseguimento del nemico? Par di udire già all'altro capo del ponte il galoppo dei cavalli e di scorgere un balenìo d'armi in asta e di respirare l'antichissima forza dei re chiomati.
L'amico che mi accompagna, della miglior razza di Francia, mi serra il braccio in una sùbita commozione. Egli ha inteso, nel grido d'un giovine bovaro, il nome della bella bestia color di covone che passa rasente sfiorandoci col suo corno spuntato: «Jaunet!»
Non è l'accento di Piccardia? Qual campo del paese invaso arò il bue flavo dal nome leggiadro? Le figure delle città violate riappariscono: Amiens rivolta verso il suo Angelo fulgido di cicatrici diritto sotto la Porta maggiore che il Paradiso invidia; Saint-Quentin, squillo di tromba, rintocco di campana, grido di riscossa, raccolta nella loggia del suo palazzo comunale la fede inespugnabile; Noyon silenziosa e pensierosa, con le sue case di cotto e i suoi orti murati, intorno al suo duomo dall'abside coronata di cappelle raggianti....
La tristezza del mio compagno e il richiamo rinnovato del bifolco risvegliano in me il ricordo d'un campo toscano a me dolce, ove sino al tardo vespero udivo la voce di colui che guidava l'aratro incitando i bovi bianchi dal muso imprigionato nella gabbia di salcio splendenti tra gli oppi e gli olivi più che ogni altra cosa chiara, mentre su dall'Arno veniva il rombo della mulina e delle pescaie.
Il temporale scoppia sul poggio, come una battaglia. Il tuono imita il fragore del cannone. Le nuvole si squarciano e si riserrano. Una luce sulfurea illividisce la verdura. Le prime gocce di pioggia sono tiepide, come se grondassero da una larga piaga. Forse il buon batrono San Dionigi cammina sopra le nuvole, verso la città minacciata, portando tra le mani ferme il suo capo mozzo che cola e non dole? L'immensa mandra sbigottita, sotto gli urli e sotto i pungoli, si precipita verso la porta, scalpitando la via sonora, rosseggiando ai lampi spessi, accavallandosi contro i tronchi abbattuti, contro l'alzata di terreno che difende la trincea, contro i cancelli afforzati in fretta con travature di longarine. È la vettovaglia d'assedio, la provvisione contro la nuova fame, il vitto di sciagura. Una frotta di colombi messaggeri vola basso, nel chiarore sinistro, a poche spanne dal tumulto dei dorsi fulvi. S'ode in alto, nella regione delle folgori, il battito coraggioso d'un velìvolo che affronta la tempesta. Un carro di feriti è arrestato dal bestiame che si serra contro le ruote fumanti: il sangue brilla nelle fasciature e l'intrepidità negli occhi. Sotto le sferze della pioggia i buoi mugghiano a morte. Le bandiere garriscono nella raffica, come vele sfuggite alla scotta. Le foglie s'involano nell'ignoto, con le sorti sibilline. D'improvviso uno smisurato arcobaleno s'accende sulla città cupa, e il teschio di San Dionigi fiammeggia nel disco del sole.»]