Ed ecco, amica animosa, ecco le pagine scritte il 3 di settembre, alla vigilia del miracolo inatteso. V'è un canto nascente.


[È un giorno mistico, dominato da un silenzio così alto che il passaggio dei carri di guerra ferrati non l'interrompono. La gente è taciturna e raccolta, grave e rara. Le vie sembrano più larghe, piene di attenzione dalla parte della luce, piene di aspettazione dalla parte dell'ombra, deserte d'uomini inutili, popolate di pensieri operanti, con in fondo qualche monumento solenne che non è se non un gruppo di memorie impietrate. Tutta la paura alfine ha lasciato la città, è fuggita con ogni sorta di veicoli, s'è dispersa per le province più lontane, ha messo in salvo il suo ventre correndo senza fiato verso le terre immuni e grasse, ha già raggiunto i Pirenei, l'Atlantico, il Mediterraneo. Si respira un'aria più schietta e più aspra, come se un vento robusto avesse a un tratto spazzato le infezioni. E, considerando Parigi divenuta più bella e più forte, penso a quell'antica Torre fondata su la riva destra della Senna da Carlo il Calvo; la quale nella notte che seguì il primo assalto dei Normanni condotti da Sigefredo, quasi a miracolo crebbe di più cubiti e si munì d'un altro ordine di feritoie.

Oggi mi sembra che nell'Isola della Città si sia novamente rafforzata l'anima civica. E io veggo entrare nel Duomo di Nostra Donna l'imagine della Francia male armata ma intrepida, come v'entrò a cavallo Filippo il Bello con quella mezza armatura, senza usbergo né gambiere, ch'egli portava a Mons-en-Puelle vittorioso contro la sùbita aggressione dei Fiamminghi.

Non più brulicanti del formicaio umano che le celava e lordava, non più sonanti del penoso strepito, ridiventate a un tratto ignude e libere, le pietre oggi vivono d'una vita antica e nova, riacquistano il mistero e la potenza, rimemorano quel che fu e annunziano quel che è per apparire. Alle rotte luci di questo pomeriggio ove l'autunno sembra scendere precoce, ingannato dalla rossa vendemmia che si fa fuor de' tini, esse hanno l'aspetto profondo dei sogni che sono proposti all'interprete dei fati. L'illusione del tempo è distrutta. E mentre laggiù San Luigi entra per la Porta maggiore tra le due torri recando la corona di spine, ecco che dietro di me, al ponte di Maria, sbarca un giovinetto sconosciuto, smorticcio e scarno, di nome Bonaparte.

L'Isola, simile a una nave incagliata nel limo del fiume, ha la prua frondosa rivolta all'Occidente: non soltanto alla parte del cielo ove declina il sole ma al sacro mondo di bellezza, di eroismo e di gloria che pesa in questa parola nostra dacché verso la plaga incognita l'Ulisse novello fece de remi «ale al folle volo».

Occidente, splendore dello spinto senza tramonto, nessun barbaro poté mai spegnerti, nessuno mai ti spegnerà ne' secoli, finché l'uomo porti su' suoi sopraccigli una fronte per rispecchiarti.

È un giorno mistico. Le nubi sono così fulgide e si dilatano in così ampio cerchio che mi fanno pensare alla Rosa sempiterna, e mi rammentano la parola di Beatrice: «Vedi nostra città quanto ella gira!» Quale può esser mai l'ardore dell'azzurro, oggi, su Roma? e qual mai, apparendo al popolo rapito, la faccia del nuovo pontefice latino?

Chiudo gli occhi, col capo tra le mani, coi gomiti su la pietra del parapetto; e il silenzio m'accompagna nella memoria la via di Santa Marta, la via delle Fondamenta, deserte e sonore sotto il mio passo, ove in giorni inquieti di giovinezza e di ambizione cercai un che di grande e di remoto all'ombra dei Palazzi Vaticani. Rivedo, più oltre, la Pineta Sacchetti, simile a un colonnato chiomoso, ove tra l'erba fioriva il porrazzo che è l'asfodelo dell'Agro, per me inespugnabile come quello dell'Ade. Là solevo far lunghe soste, in vista della mole papale e del Soratte solitario, con una specie di pensieri che non ritrovo più ma che mi raffiguro quasi corporei, dotati d'una violenza flessibile e audace, in quel modo che un cacciatore si ricorda del fiato forte d'una fiera con cui ha combattuto da vicino.