le ceneri crepuscolari,

o sorgere l'albe cruente?

Mi tornano nello spirito le melodie che non furono udite e che perciò a taluno devono oggi sembrare più belle. Rimpianto e speranza mi fanno delle due patrie una patria sola. Qual potenza si mostra oggi, laggiù, dall'altura che è la sommità dell'anima cristiana, all'aspettazione del popolo? Qual mano si leva oggi a tracciare tre volte nell'aria di Roma il segno della croce, mentre da ogni terra una crociata senza croce si leva contro l'ultima barbarie? Ecce sacerdos magnus.

Ma forse il nuovo Pastore è carico d'anni e, incatenato alla pietra secolare, già si curva sapendo

come

pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,

che piuma sembran tutte l'altre some.

L'ombra di Dante sembra soccorrere alla mia tristezza, creando in me per l'eco della sua rima un sentimento musicale che si confonde col desiderio della patria lontana. L'anima affannata si sogna di cercarlo nei luoghi dove forse peregrinò, e di ritrovarlo, e di domandargli quella consolazione ch'egli domandò sì dolcemente al buon cantore da Pistoia. «Casella diede il suono.»

Come in sogno entro nel laberinto delle vie scure, che sta fra la piazza di San Michele e quella più antica dove un tempo gli scolari e le baldracche danzavano tra la Forca e la Gogna a suon di pifferi e di cornamuse. Casupole sordide dalle mura sudice di filiggine, attraversate da doccioni di latta, da cannelle di piombo che soffiano un tanfo di cavoli e di rigovernatura; porte di ricoveri disgustose come bocche di fogne, orribili covili dove nel cuor della notte i dormienti sono scossi d'improvviso e presi per i capelli dallo sbirro che li abbaglia con la sua lanterna di scoperta; bettole anguste come nascondigli, color di carne affumicata, ove si spende il quattrino del furto o dell'elemosina; botteghe di semplicisti, piene d'erbe giallastre, ove par d'intravedere per la vetrina bavosa di lumache i cadaveri seduti di quelle tre avvelenatrici che una mattina furono ritrovate uccise dai vapori delle droghe messe a bollire su' loro fornelli; cànove di vino tenute da vecchie megere, in zoccoli che sembrano staccheggiare nella feccia e nel fondime; ruderi di conventi divenuti depositi di pellami e fondachi di rigattieri. Un vagabondo lacero leva al mio passaggio il viso gonfio di cattivo sonno, mi guarda coi suoi occhi malati, e poi ricasca sopra il foglio che gli fa da guanciale. Quella femmina, su la soglia di quella taverna dalle tendine rosse, è la Caterinaccia, o è la Gianna soprannominata Scorzone da Benvenuto, la salvatichella veloce che gli servì di modello per le due Vittorie e per la Fontana Beliò? Quel negro camuso e crespo, in quella locanda sinistra a quella finestra senza vetri, non è forse Zamor, l'ignobile scimmiotto che divertiva la Dubarry e che più tardi le fece tagliare il collo? Par di riudire, con non so che allusione attuale, il grido della favorita bianca di terrore e abbrancata ai ferri del cancello: «Encore une minute, monsieur le Bourreau!»

Ma dov'è il «vico degli strami»?