Ecco, in una pietra murata, San Giuliano che traghetta Gesù con la sua chiatta. Ecco, alla porta della chiesetta povera, una sponda di pozzo riturata e consunta, ove forse bevve Gregorio di Tours. Ecco le due absidiole con umiltà francescana rannicchiate contro il Coro, ove sono sepolti i due Normanni incestuosi. Giuliano di Ravalet e la sua sorella Margherita, con le due teste mozze. Si dice che quivi Dante abbia pregato. Ma oggi l'altare non è più latino: è servito da preti e da diaconi barbuti, con la liturgia di San Giovanni Crisostomo.
Un campanile di vecchia pietra fosca leva in un campo di ruine la sua croce sormontata dal gallo di ferro. Intorno, case sventrate che mostrano le tracce miserabili degli abitatori, cumuli di mattoni e di calcinacci, rottami e immondizie, travi tronche, tavole fendute, palchi, puntelli, tutti gli orrori della distruzione, come in una contrada devastata dall'invasore. Di là dalle palafitte si scorge l'abside annerita come da un incendio, con le sue vetrate protette dalle grate fulve di ruggine. I mostri delle gronde protendono i lunghi colli squamosi, pontati con le branche all'orlo del tetto. Una plebe meschina e afflitta sta seduta lungo il fianco della chiesa, dalla parte opposta al chiostro e al presbiterio: vecchi, donne, fanciulli, con su le ginocchia un cesto di lattuga, un filo di pane, una cartata di pesce fritto, un frutto mézzo in una foglia floscia. E il rombo delle campane fa tremare mare l'aria su i loro visi esangui, come un velo d'acqua ghiaccia trema sempre su i visi degli annegati esposti laggiù, alla Morgue, dietro il Coro di Nostra Donna.
Questo è il santuario di San Severino. La tradizione m'appare verità. Sento che in quest'ombra Dante pregò e meditò, ebbe il suo luogo pio riconosciuto per consuetudine dalle sue ginocchia. Dove?
La grande nave mediana è rischiarata dal duplice ordine di finestre; ma le due e due navi laterali, basse come i portici dei chiostri, sono occupate da un'ombra calda e bruna che fa pensare alla pàtina preziosa composta dal tempo e dalla musica sul legno sensibile d'un violino. Per mezzo ai pilastri nervuti, scorgo una vetrata a losanghe senza imagini, simile a una lastra di ghiaccio segnata di mille incrinature. Scorgo, più in là, in un bagliore sanguigno, Gesù crocifisso, che riceve il colpo di lancia dal Romano. Tutte le cappelle intorno vivono d'un silenzio animato, sotto il gesto d'un santo o d'un arcangelo, d'una vergine o d'un evangelista: San Luigi Gonzaga riceve l'ostia dalle mani di San Carlo Borromeo; San Michele schiaccia il demonio; San Giorgio trafigge il dragone; San Severino, poggiato alla sponda del suo pozzo, parla con Clodoaldo e co' seguaci; Santa Genoveffa guarisce la madre sua. La pietà, la forza, la saggezza, il miracolo brillano come lo smeraldo, come il rubino, come l'ametista, come lo zaffiro.
Ma non veramente il solitario del tempo di Childeberto possiede questa selva di pietra. La Santa Speranza ne abita la parte più segreta, come suole nei cuori umani. E per lei gli steli di pietra alzano e slanciano verso l'ogiva le palme che in gloria furono agitate su la via di Gerusalemme. Meraviglia indicibile! L'anima respira all'ombra d'un palmeto perpetuo e crede udire il murmure della fontana sempiterna. Dove Dante s'inginocchiò? dove pregò? Qui, certo: presso la colonna mediana dell'abside, che s'attorce con un movimento impetuoso per iscagliare più in alto i rami della palma santa. Un'armonia grave d'organo sale secondata dalle saglienti nervature. Mi volgo, e vedo la nave maggiore tutta folta di popolo, come se a un tratto i credenti fossero risorti di sotterra, su dall'antichissimo carnaio, senza parlare, senza fiatare. Vedo ondeggiar nell'ombra le ali candide sul soggólo delle monache; vedo le madri vestite a bruno con a fianco i giovani soldati pallidi e gravi; vedo le bocche socchiuse dei bimbi attoniti, le teste vacillanti dei vecchi cariche di ricordi atroci. Da tutta quella carne misera, stanca o inconsapevole, si forma una sola anima pura.
Ed ecco, una parola risuona:
— Padre celeste che sei Iddio, abbi pietà dei nostri fratelli!
E un canto sommesso la ripete, un murmure profondo la prolunga.
— Cristo Gesù che sei Iddio, abbi pietà dei nostri fratelli!