Chiare fonti repentine scoppiarono da ogni parte come in quel luogo quieto del barco ove l'ospite con un sorriso misterioso conduce gli invitati senza sospetto e non visto volge la chiave nascosta nella faretra d'un Cupìdo per muovere i giochi e i tradimenti dell'acqua.

Su dall'erba rasa, di tra i cespugli simmetrici, di tra i bossi tonduti, dalle mammelle delle naiadi, dalle conche dei tritoni, dai dorsi dei delfini, dalle gole delle rane di bronzo acquattate presso i sedili o alla soglia delle grotte, dalle modanature dei balaustri lungh'esse le terrazze e le scale, dalle cupole dei tempietti e dalle arcate dei passeggiatoi, da ogni parte i getti spicciano sprizzano bàlzano schioccano perseguono percuotono formidabili come nell'imboscata le spade gli stocchi le picche.

Dame e galanti strillano ridono corrono si schivano si salvano.

Ma in ogni rifugio, in ogni nascondiglio è l'insidia della fresca persecutrice; ecco uno schizzo obliquo nella nuca, nell'orecchio, tra le spalle; ecco una polla bassa che suona sotto il verdugale come un batacchio in una campana sorda; ecco uno stroscio rude che rapisce una parrucca, l'immola, la sparpaglia, ne fa quasi un fiocco della sua spuma.

Amarilli fuggendo inciampica in un cespo di rose, cadendo bocconi le sfoglia e si punge. La malizia degli zampilli l'assale, come uno stormo di gnomi trasparenti e saccheggia la sua leggiadria inerme. Una piuma, un velo, un nastro, un nodo d'amore, un neo di taffettà, un pettine di scaglia, una scarpetta di tela d'oro, ogni spoglia leggera danza in cima d'ogni zampillo come tal uovo forato e votato; e anche una foglia verde, un petalo bianco, una spina bruna.

«Aita! Aita!» Il cavalier Palamede non s'indugia, non si volge, non ode; se la dà a gambe con gran tintinnio di ciondoli, con la coda di traverso, con le calze appiccicate alle insigni polpe, con in mano il fodero floscio dello spadino smarrito.

Tutti e tutte fuggono strillando, soffiando, lungo le spalliere di càrpini, verso la gradinata di marmo carnicino, come un branco misto di paperi e di cigni cacciato fuor dal suo laghetto da uno spavento improvviso.

Già si credono in salvo e si scrollano le fuggitive, quando le piccole sfingi di marmo carnicino, ben pettinate e savie come damigelle di compagnia, riposanti su due branche dagli ugnòli inoffensivi, prendono a soffiar dalle bocche senza enigma larghi ventagli d'acqua che s'incrociano per tutta la scala.

Ricomincia la fuga venusta; e la scala sembra che si prolunghi come quella di Giacobbe, verso il cielo soave d'occidente ove le spole delle rondini tessono il velo violetto della Malinconia.

Ed ecco la prima collana di perle si rompe sgranellandosi: gli acini ruzzolano giù per i gradini lisci e rosei che l'acqua discende in minuscole cascate.