Si rompe la seconda (di sette fili?); si rompe la terza (di ventun filo?) e un'altra, e un'altra ancora, senza novero.
Le perle si moltiplicano, simulano una grandine mite, scorrono per ogni verso, rilucono, risonano, rimbalzano, si mescolano ai rivoli, ora sembrano le bolle preziose dell'acqua, ora le gocciole della bellezza grondante.
E, come cessano le sfingi di soffiare, i pavoni appollaiati nei càrpini si levano con uno strido; vengono su la strada come attratti dal becchime inatteso; inseguono i grani trascinando sul marmo umido i loro chiusi flabelli.
Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo soffice di gatti d'Angola, e bianchì come la panna e grigi come il fumo, dagli occhi rossi, dagli occhi cilestri.
Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo di bertucce nere e lustre come il giaietto, dalle manine pallide e grinzose, con un campanello d'oro alla coda.
E i mici e le monne inseguono le perle sonore, le fermano, le afferrano, se le mandano e rimandano, scherzando, ruzzando, rissando, con atti con gesti con cenni di grazia sempre facile e nuova.
E lassù le collane si spezzano, si sfilano, si sgranellano ancóra, quasi che per prodigio lassù il riso carnale della Giovinezza si cangi in quei disciolti monili trascorrenti e irrecuperabili. (Nel rosaio, laggiù, Amarilli ha perduto i sensi? o ha reso l'anima?)
Erano le sonate di Domenico Scarlatti.
Il giovine sonatore aveva il viso raso angoloso e sparso di qualche neo irsuto alla Franz Liszt, un paio d'occhiali professorii a stanghette d'oro sopra un naso quasi greco, l'antico zazzerino spolverato di Jacopo Peri, una cravatta a due giri sopra un di que' lunghi panciotti di velluto nero che portano gli eleganti nelle litografie di Gavarnì; ma per l'arte mirabile delle sue dita e dei suoi spiriti si rivelava un vero «maestro al cembalo» degno del Settecento e del divino Napoletano.