V'è una superstizione della bellezza, lo la posseggo. Perché la Cattedrale mi sembrasse più patetica e più pura, bisognava che veramente delle tante sue pietre profanate falsate racconciate rinnovate ella si fosse alleggerita nella ruina e che per una sorte misteriosa ella avesse conservato i suoi segni più nobili.

«È salvo l'Ulisse di Dante?» chiedeva al mio cuore la mia angoscia. Ma già conoscevo la risposta dell'intimo dio. Quel che è più bello non perisce.

Nella sera dell'incendio le fiamme congiungendosi imitavano i due archi dell'ogiva. Ora l'imaginazione mi rappresentava il fuoco diviso in due corni, il rogo bipartito ove si consuma il martirio dei due compagni.

O voi che siete duo dentro ad un fuoco!

Nel mio spirito ogni sillaba s'innovava di significazioni attuali. Il Libro della mia gente non è forse grave di oracoli per ogni interprete?

La mia superstizione dalla incolumità o dal guasto della statua eletta voleva trarre l'auspicio di ciò ch'era nella mia fede, nei miei voti e nella mia impazienza.

Allora sguisciai fra travatura e modanatura, mi curvai nell'ombra dei sacchi, palpando la pietra con le mani cariche d'anima, come chi nel buio speri di riconoscere il suo caro tra morienti e morti. Per gli interstizii penetrava qua e là il chiarore svelando l'orlo d'una tunica, un gomito piegato, due piedi giunti. V'era quasi l'umidità della trincea scavata di recente, la segretezza del cammino coperto, l'ingombro tumultuario dell'opera difensiva alzata per chiudere la breccia. Battevo il capo ora contro una trave ora contro una sagoma. M'arrestavo e repugnavo a ogni tratto, come chi tema di calpestare un cadavere o di rivoltolare un teschio. Finalmente, aggrappandomi, credetti sentire sotto le mie dita le pieghe del saio marino. Mi sforzai allora di allargare lo spiraglio tra sacco e sacco, palpitando come il sepolto vivo che ha sete della luce. Mi volsi nell'angustia, aguzzai la vista in su; e, col tremito di chi disseppellisca un capolavoro profondo, scopersi la chiusa bocca dagli angoli rilevati, che non sorrideva come le labbra sorridono ma come sorride la mente.

L'effigie dell'Ulisse dantesco, dell'esemplare eroe tirreno, era intatta; e pareva spiare in silenzio per la falla da me aperta fra i due sacchi di rena, tranquillo e pronto come nel ventre del cavallo di Troia. Soltanto aveva sul ginocchio una scalfittura, bianchiccia nella pàtina bruna.

«Ale al folle volo!» gridò senza suono il mio cuore. Il presagio era fausto. I due corni della fiamma antica dovevano convergere. Un presto Ulisside doveva disfare la Circe grinzosa e il suo branco.