Ma ho grazia presso di voi, o Chiaroviso, per una sollecitudine più dolce. Marcello, nei primi giorni della guerra, s'era già accommiatato dalle cose più care. Aveva già condotto alla requisizione la sua bella cavalla da caccia, la sua fedele compagna di corse e di fantasie, nata per portare i sogni d'un poeta a traverso le bionde campagne e i ruscelli flessibili del Vallese. Aveva già sacrificato le sue cagne, tranne la vecchia cieca Delrosa rifugiata nei granai di Donatella; le aveva prese egli stesso a guinzaglio per darle alla morte tuttavia gioiose e balzanti; aveva egli stesso coricato i nobili corpi, l'uno accanto all'altro, nella fossa cavata in mezzo alla foresta; e se n'era tornato per il sentiero, a capo chino, coi collari vuoti e coi guinzagli flosci.
L'ora di più crudeli sacrifizii era sonata. L'invasione barbarica pareva irresistibile; la selva regia di Compiègne mezzo distrutta, la delicata e pensosa Senlis messa a sacco, le vie di Chantilly gementi e stridenti sotto i convogli e i carriaggi, la bellezza viva di Silvia piagata e straziata!
Sapevo come sanguinasse il cuore del mio amico, laggiù, nelle trincee di Lorena. Ahimè, il fetore dell'orda immonda aveva ammorbato l'aria argentea dell'Isola di Francia e fugato dagli ozii ombrosi le api e le cervie.
Sapevo per quali radici, sensibili come i suoi nervi, egli fosse profondato nel paese a cui avevano sorriso Maddalena di Savoia e Maria Felicia Orsina, nella terra disegnata secondo lo stile del gran Condé vincitore di battaglie e protettore delle Muse, nel bel dominio venatorio dove il veltro bianco di Enrico IV s'era accoppiato con le cagne del Conestabile Anna per produrre i più eroici cuccioli.
Avrebbe egli potuto ripetere sorridendo:
«Uni Condæo dum placeam, satis est.»
Diceva egli: «Certo il fucile non mi pesa, né m'importa di stare giorni e notti fitto nella mota sino alle ginocchia. Ma non so vincere l'angoscia, se penso alla mia casa, ai miei libri, al mio padiglione solitario nel mio giardino. Fu calpestato, insultato, insozzato anche il nostro suolo? Quanto della foresta fu arso? quanto del castello fu guasto o rubato? Il cuore mi si torce se penso al mio bel Vallese profanato. Sì, la piccola patria ci torce il cuore, se la grande ci solleva l'anima....»
Rividi le sue lacrime dure nei suoi occhi coraggiosi. Partii su la mia macchina veloce divorando le vie ancor torbide di battaglia, a traverso le campagne sconvolte dalle trincee improvvise, cosparse di bottiglie vuote e di proietti non scoppiati, gonfie qua e là di tumuli freschi, irte di croci rozze, fatte ancor più lugubri dalle carogne dei cavalli che tutte giacenti drizzavano all'aria una delle zampe di dietro sollevata dal ventre disteso e ripetevano quel gesto orribile per tutto il piano sino all'orizzonte.
«La casa di Chiaroviso! La casa di Silvia la Romana! La foresta, il parco, il giardino, lo stagno, la fonte!» Il sole aveva rotto le nuvole, come i bei reggimenti azzurri e rossi avevano rotto le orde bige. Subitamente s'intiepidirono i boschi e aulirono. Sentii la gola calda della signoria di Chantilly, anzi quasi mi sembrò di palparla. I miei occhi cercarono il tronco abbattuto, il muro crollato. Tutto pareva incolume, tranquillo, sicuro. Il castello era tuttavia qual piacque al duca d'Aumale: «un cigno dormente su l'acqua». La città era più mite e più taciturna che mai. Il suo silenzio mi toccò il cuore come un'armonia sommessa. Certo, nessuna branca di lurco aveva rubato la divina tavoletta ove Rafaele giovine dipinse le Tre Grazie.
«La casa di Chiaroviso!» Era salva, intatta, affacciata con pace sul lastrico; e si sentiva, dalla sua freschezza, che il suo giardino le faceva da ventaglio.