Prima mi parlò la giovine donna della bottega accanto, con la gentilezza che dovevano avere le governatrici dei canarini di Madama la principessa di Condé. Poi venne ad aprirmi la vecchia cuoca custode, una figura aperta e accorta del migliore stampo di provincia; la quale doveva aver ben cucinato in altri tempi alcuna delle trote e delle carpe che il Conestabile Anna si piaceva di pescare dalle sue finestre.

Rividi il vestibolo chiaro; accarezzai i levrieri superstiti, che non avevano perduto se non il tono dei muscoli; visitai i libri bene ordinati nel padiglione studioso; entrai nella stanza familiare dove in quella sera di luglio, dopo la corsa dei puledri di due anni, Marcello mi aveva mostrato il suo cappotto blu ed il suo cheppì di fantaccino. In ogni angolo della casa materna i piccoli iddii domestici respiravano a bell'agio.

Allora mandai il messaggio consolante, e portai via una foglia di edera, di nostra edera vivace seguace tenace. «Nec recisa recedit.»


Autunno piovigginoso e freddo: fumante vendemmia nel tino smisurato; ore d'aspettazione e di sospensione senza fine.

Il recinto solitario di Dama Rosa fu requisito, riempito di bestiame da macello, convertito in una tetra cloaca nerastra su cui si prolungavano i mugghi degli animali malati d'afta. Nella prateria d'allenamento, non più un fiore non più un filo d'erba ma una mescolanza nauseosa di bovina e di belletta, dove i manzi e le vacche stavano affondati sino al ventre, famelici, sitibondi, scheletriti, così che a sera ci pareva di vedere su dal mucchio fumigare la febbre.

I granai bassi erano pieni di bestie moribonde coricate sopra la paglia, nel buio e nel fetore. A quando a quando uno sbattimento di luce, per l'apertura d'una porta lamentevole, rischiarava due froge color di carne morticcia, due occhi torbi dalle lunghe ciglia biancastre, un fianco pezzato e cavo, l'osso arcuato duna schiena falba, le mani villose d'un bovaro nell'atto di strascicar per la coda una bestia spirante.

I «lunghi musi» non avevano più i loro giuochi mattutini, le loro fantasie e follie su pel terreno soffice, tra le mura dorate dal sole o inazzurrate dall'ombra. Erano sempre condotti a guinzaglio pei sentieri della foresta gialli di foglie, o per le campagne abbandonate ove i branchi neri delle cornacchie crocidavano sopra i mucchi di letame color nocciuola come la corteccia del pane caldo.

Andavano al passo, di mala voglia, tristi sotto i loro mantelli da pioggia, con le museruole bene strette, spesso ringhiando l'un contro l'altro, quando si davano noia, anca contro anca, essendo in troppi a mano di pochi garzoni inesperti; ché i buoni canattieri erano anch'essi andati alla guerra e s'erano assuefatti a ben altri latrati. Nel parco delle lepri non era rimasto se non una povera zoppa che scavava tuttavia la terra a piè del muro e saltava ostinatamente verso i pezzi di vetro fitti nella cresta, sperando di scampare di sopra o di sotto.

Pomeriggi d'ottobre desolati sul vasto brago, quando ai muggiti dell'armento infetto rispondeva l'uggiolio lugubre dei cani oppressi dal tedio! Rimanevamo a lungo nell'infermeria su le seggiole rozze di legno, dopo aver ricucito un po' di pelle lacerata in una rissa di banco o aver curata una zoppìa tenace o avere spennellato una gola gonfia. Rimanevamo là per riprender cuore prima di uscire a rivedere l'orribile morìa, prima di riattraversare il pattume con i grossi zoccoli. Ascoltavamo la monotonia della pioggia guardando la luce diminuire su i vetri della finestra alta. Le quattro pareti imbiancate parevano contenere un silenzio quasi solido. Gli ultimi sacchi di biscotto erano ammucchiati in un canto, quasi tutti frantumi e forse magagnati, ché non costole né spigoli forzavano la tela bruna. Un odore di stantio si mescolava all'odore della tintura di iodio. Fiocchi di cotone nuotavano in una catinella tinta di sangue. Fasce di garza sfilaccicate e macchiate rimanevano tuttora su l'impiantito. Un moscone ronzava dentro lo stipo socchiuso dei farmachi. Ogni cosa distillava la malinconia nel nostro cuore pesante.