Non so se in quel giorno o in un altro, seduto sopra uno dei gradini laterali che scendono al cancello dell'approdo, mi ripeté ancora qualche pensiero e qualche sorriso dell'Estremo Oriente, guardando a traverso il ferro battuto l'Isola dell'ultima pace.

Un filo di fumo azzurrino gli esciva dall'angolo delle labbra e, spinto dal vento, si avvolgeva al ferro, vacillava, e poi vaniva. Due farfalle bianche, di quelle che per ali hanno rapito quattro petali a una rosa di neve, esitavano su l'acqua color di perla e poi svolazzavano su per il cancello come se volessero entrare nel giardino, ma pareva non osassero passare per i vani temendo di sgualcirsi. Una alfine si posò sul ferro rugginoso, come su una corolla inflessibile.

Allora il mio amico si ricordò d'una di quelle imagini asiatiche di farfalle che gli aveva mostrate il romito del Palatino. E ripeté, in un velo di fumo, guardando con que' suoi occhi d'ambra verdiccia quel bianco fiore di quattro petali fiorito dalla ruggine bruna: «Ha le ali ancor tremule, e già s'è posata».

Avremmo potuto incidere questa allusione alla sua anima nel suo cippo di pietra istriana, s'egli non fosse stato un guerriero, se nel suo corpo esiguo non avesse chiuso il rigore d'una volontà eroica, se la severità della sua sorte non avesse in noi annerato il ricordo del suo sorriso lieve.


Quand'anche questa immensa guerra non altro facesse che ricondurre l'uomo alla familiarità della morte abolendo quel falso limitare che sembrava separarla dalla vita e dalla luce, già dovrebbe per noi essere lodata e benedetta.

Un giovine granatiere della Brigata di Sardegna, tornato con una corta barba rossa da rabbi cresciutagli nella trincea intorno a un viso fermo e netto come se glie lo avesse ridisegnato a sanguigna l'intagliatore del Trionfo di Cesare, parlandomi d'un suo compagno che non aveva saputo ben morire, mi disse: «Era venuto alla guerra, come tanti, senza aver prima fatto la pace in sé». Disse questo con una piana semplicità. E, più delle parole, mi colpì quella sua aria tranquilla che non somigliava a una certa tranquillità usuale ma alla figura d'un sentimento straordinario, all'espressione d'un acquisto e d'un possesso più preziosi che tanto di suolo nemico espugnato e occupato.

Egli era rimasto solo per un giorno intero, in mezzo ai reticolati austriaci, nascosto in uno di quegli imbuti che scavano nella terra le granate scoppiando; e, mentre il nostro fuoco abbatteva gli spineti e sconvolgeva il suolo, egli osservava l'esattezza del tiro e pigliava rilievi imperturbabile.

Un altro giorno, come la sua gente già provata dall'artiglieria nemica era stata presa di mira per errore dalla nostra, egli solo con una bandiera in pugno, sopra un'eminenza del terreno scoperta, tra i due fuochi, ritto in piè, aveva persistito a far segnali finché i nostri pezzi non ebbero mutato bersaglio.

Un'altra volta, di notte, su la montagna, in una di quelle gloriose incamiciate ove eccellono la prodezza e l'accortezza dei nostri fanti, s'era battuto contro una puntaglia austriaca con la baionetta impugnata come una daga e poi, sopraffatto, a pugni a calci a morsi, lasciando sul terreno la pelliccia a brandelli ma riuscendo a svincolarsi e a raggiungere i suoi per ricondurli alla mislea con un mozzicone di lama e con un largo riso ne' suoi denti di lupo tutti in sangue. Aveva perso il pelo, non la ferocia.