Entrammo in una sala di musica. Gli arazzi erano verdi, verdi i tappeti. I sonatori di Giorgione se n'erano già andati, con i loro strumenti e intavolature. Uno aveva dimenticato per terra un archetto, o qualcosa che ci parve nell'ombra un archetto, non forse fatto di crini ma di bei capelli tesi. Come la nostra malinconia origliò su la soglia, il silenzio le ripeté le ultime note d'una cascarda detta la Contarina.
Traversammo una fuga di camere attigue, costrutte di bossolo, di carpino, di mortella, d'alloro, di caprifoglio. Qualcuno fuggiva dinanzi a noi, senza mostrarsi, di camera in camera. Avevamo l'aria d'inseguirlo, se bene andassimo adagio. Inseguendolo, ci trovammo all'ingresso d'un corridoio basso, di fronda così fitta ch'era quasi buio come un cunicolo. Allora stesi la mano e dissi: «Non passiamo di qui». Credo che voi credeste che fosse una precauzione d'infermo malsicuro.
Il cielo sciroccale fumigava non senza qualche sprazzo di vampa, come quando il fuoco piglia e non piglia nella catasta di legna verdi. Volgemmo verso il pergolato mediano, simile a un portico di monastero; salimmo tre gradini umidi, ci trovammo dinanzi al cancello di ferro che dà su l'approdo dalla parte della laguna. Ci affacciammo al cancello. E la ruggine fulva tingeva i guanti delle vostre mani appoggiate, facendo parer più chiara la vostra biondezza. L'estremo ardore del tramonto s'era aperto un varco nella fumèa pigra e accendeva dinanzi a noi, su l'acqua immobile, la muraglia claustrale che cinge l'Isola dei Morti. Tutta la palude e le altre isole erano fumo e ceneraccio. Soltanto l'isola funebre e il suo cipresseto e le ali dei gabbiani spersi splendevano in quel silenzio che pareva lor sostanza e spirito.
Lo splendore ravvicinava il cimitero, abbreviava il transito. La terra sepolcrale invadeva il giardino di delizia. Il mio compagno sepolto m'era prossimo, come quando mi chinai verso le sue scarne mani violacee, prima che il coperchio di piombo fosse sigillato dalla fiamma che già ruggiva e dardeggiava presso la cassa lunga come la sua spoglia.
Allora il cuore mi dolse così forte che, per aver sollievo, dissi il suo nome, parlai della sua anima, parlai delle sue ali e della mia promessa.
Discendendo dalle nuvole perigliose, io solevo condurlo nell'orto contareno. Il giardino gli pareva più bello in un'aria grigia, o sotto un cielo lavato dalla pioggia d'autunno. Preferiva un luogo segreto ov'era non so che pace dell'Estremo Oriente, quasi una cadenza della narrazione di Marco Polo.
Là in una vasca bassa viveva un loto dalla larga foglia che gli sembrava la più dolce e ricca seta del mondo. Una grande e bellissima donna essendosi con noi accostata alla vasca, si vide che aveva l'altezza medesima dello stelo; cosicché la pelle della sua faccia e del suo collo pareva venire a gara, non senza compiacenza, con la foglia solinga. Ma questa, sebbene immobile, riceveva la luce più misteriosamente, come una creatura divina riceve una cosa divina.
Eravamo fermi in un attimo di felicità, senza desiderio. Forse il mio compagno cercava in sé le parole d'uno di quei sentimenti o concetti — gnomas breviculas — pe' quali Giacomo Boni un giorno gli aveva rivelato la grazia dei poeti d'Asia più lontani. Spesso egli per gioco si piaceva di foggiarne a simiglianza, con quel misto di sottigliezza e d'ironia ch'era il tono del suo spirito tra estranei.
Allora la bellissima donna si volse verso noi troppo silenziosi; e domandò, con la gota contro il margine della foglia perfetta: «Chi è più bella?».
«Quella che non parla» rispose il misogino, placidamente.