Varco il ponte, alla ventura. Le vie sono ancora piene di soldati, gonfie di sangue cupo. I carri passano ronfiando, con un solo occhio azzurro. Passa una fila di cavalleggeri, portando i cavalli a mano. Passa un'automobile del Comando, a tutta velocità, con il solo fanale di sinistra acceso. L'Ausa non si muove; sembra stagnante come il Lete: chi lo varca è un morto. La luna è insensibile, come al tempo dell'insonnio di Saffo.

Torno indietro. Cammino per la strada di Palmanova. Giungo davanti alla catena tesa dalle guardie, alla barra notturna. Passo oltre, scavalcandola. L'occhio blu di un carro mi viene incontro. Come si avvicina, il chiarore mi abbaglia, perché il soldato che lo conduce ha grattato la vernice azzurra e ha scoperto nel centro un disco di luce bianca, per veder meglio la via. Mi scanso, e urto contro qualcuno che borbotta e puzza.

È un prigioniero straccione, che un lanciere a cavallo caccia innanzi, su per il margine.

Vedo, laggiù, lungo la fronte, splendere le bombe illuminanti. Arrivo all'Ospedaletto e torno indietro. Un medico fuma un sigaro davanti alla porta, tranquillo.

Rientro. Non ho pace. Soffoco. C'è nelle stanze requisite un odore di stoffa nuova: l'odore dei paraventi portati dal tappezziere di Udine, che mi servono a nascondere gli orrori dello stile goriziano. Paraventi? Come vorrei stanotte appoggiare la mia vita contro un parapetto di trincea!

Il letto requisito mi sembra ridicolo, col suo doppio guanciale, con la sua rimboccatura ben fatta, col suo piumino trapunto, con la sua carafa d'acqua sul marmo del comodino.

Non ho sonno, ma credo che ho un po' di fame, perché sento che la testa mi si vuota. A quest'ora il digiuno è inevitabile. Non è la vigilia? la grande vigilia?

Odo uno scalpiccío di truppe sul ponte. Il cuore mi balza. Esco, accorro.

È una brigata di rinforzo, fanteria scelta. Le file marciano nel chiarore della luna declinante, valicano L'Ausa, traversano la città addormentata e spenta. Passo vivace. Allegria schietta. Scoppio di lazzi, di risa, di canti. E vanno a morire.

Stamani, sul campo di Versa, nella luce meridiana, sotto il cielo candido, il torrente di carne mortale mi pareva perdere la sua consistenza e divenir quasi moltitudine di larve in punto di dileguare per la prateria come ombra di nuvola. Ma quest'altra gente nella notte, non so perché, mi pesa come se io la portassi, come se io medesimo la trasportassi alla morte. Non sono larve, non sono labili imagini. La luce non li divora, non li consuma. Sono uomini, ossature, muscoli, fiati. Homines, durum genus. Hanno quel terribile odore che sale dal numero quando esso è numerato dal destino per la sua bisogna. Mi sono prossimi. Un gomito mi urta; il calcio d'un fucile mi batte contro l'anca; un alito forte mi soffia alla gota. Mi confondo con loro. Rientro nella mia sostanza. Mi sembra che la mia anima sfavilli, e che le faville si apprendano alle loro ossa. Essi parlano, gridano, cantano; e io sono silenzioso. Ho cantato per loro, essi cantano per me. Nessuno mi riconosce nella notte. Mi riconosceranno all'alba. Gridano: «Viva la guerra!» gridano: «Viva l'Italia!» Io grido in loro.