Passa un capitano sopra un cavallo enorme come gli stalloni dei condottieri, sopra il cavallo di Bartolomeo Colleoni, tanto alto che par rialzato da un piedestallo, con una potentissima groppa, con un vasto petto di toro, con un massiccio collo crinito. Di dov'è mai disceso questo destriero monumentale? dov'è mai andato a cercarlo la Requisizione dei quadrupedi? Sembra una bestia di leggenda, riapparita per portare a una nuova meta un nuovo destino. Odo sonare su la strada i suoi quattro zoccoli ferrati, distintamente tra lo scalpiccío e il clamore. Scorgo i lunghi fiocchi selvaggi ai suoi pasturali, la sua coda cresputa e ondosa come se in cammino le si fossero disfatte le trecce e le ligature di pompa. Non è questo il cavallo che domani a notte sarà abbeverato nel Timavo dalle sette fonti? Non è candido come quel di Càstore, è nero come l'inferno del Carso.

Anche l'ufficiale che lo monta è membruto, avvolto nell'ampio mantello, col cappuccio su gli occhi, taciturno. È un destino commesso a un'ossatura più che umana. Appare intagliato nel chiarore freddo, grandiosamente.

Lo seguo trasognando. La poesia mi travaglia il petto, come una branca nascosta; e il mio istinto di cavaliere mi tormenta i muscoli delle gambe. In altri tempi avrei sognato di abbattere quel destino coperto, e di porre il mio in sella usurpando il potere. Cammino a fianco dei soldati, con non so che meravigliosa umiliazione di cui si colma il mio cuore come d'una felicità inattesa.

Siamo all'ombra delle case, nella via arborata. In un crocicchio, la luna bassa apparisce in fondo alla strada di destra e rischiara la fila. Un sottotenente imberbe mi riconosce al mio collaretto bianco del reggimento di Novara e alle due alette d'oro che luccicano su la mia manica. Arresto le sue dimostrazioni. Scambiamo qualche parola a bassa voce.

«Viene con noi?»

«Vengo con voi.»

«Fino alla trincea?»

«Fino alla trincea.»

Egli trema e ha due belli occhi puri, raggianti d'amore e di fervore. Tace, al mio segno. Rientriamo nell'ombra. Camminiamo in silenzio, col passo dei soldati. Ora siamo fuori del sobborgo, su la grande via bianca. Il cavallo gigantesco si disegna sul cielo stellato. Se si impennasse, parrebbe in punto di sollevarsi per tornare alla costellazione nomata del suo nome, tanto la sua forma è favolosa. I soldati intonano un canto che dall'avanguardia si propaga laggiù sino agli spedati. Misuriamo il passo su la cadenza, e ci sembra d'essere per sempre immuni dalla stanchezza.

Vicino a me un soldato non canta ma di tratto in tratto, rapito nell'impeto delle riprese, manda qualche nota monca, come se masticasse. Lo guardo. Ha il boccone in bocca. Mangia il suo viatico. Sembra pan fresco, all'odore. Sùbito la mia fame si sveglia.