Giunto al colmo degli anni, avendo già vissuto tante vite, io mi preparo tuttavia a novellamente vivere e a conoscere nuove deità, se la forza m’assista. Ogni notte sento con un brivido l’ora della rugiada, quando l’anima non è contaminata da alcuna grassezza di carne, come direbbe il Beato.
Se Lapo di Castiglionchio mandò in dono al Petrarca un buon manoscritto, tu a me hai mandato un raro volgarizzamento della Vita solitaria ricordandomi come esso Poeta fosse solito dire, secondo Leonardo Aretino, che solo il tempo della sua vita solitaria poteva chiamar vita, perché l’altro non gli era stato vita ma pena ed affanno. Questo anch’io so. E so che ancóra v’ha per me molte altre maniere d’esser compreso e incompreso, amato e abominato, glorificato e vituperato. E so che, d’origine libero, fattomi liberissimo, ho ancor da conquistarmi una più ardua libertà. E so che, sempre avendo più che arditamente operato, ancóra a più grandi ardiri ho da trascendere.
Forse un discepolo potente e discosto mi rivolgerà domani il detto che gli parrà avere io meritato meglio di Servilio Vatia. “Solus scis vivere.„ Intanto una vecchia canzone a ballo della Grande Landa mi ripete nel suo metro barbarico la medesima cosa.
“Iou ’n sréy tustém lou méste
Menoun,
Iou ’n sréy tustém lou méste.„
Addio, amico mio lene e invitto. Assai mi son piaciuto di teco rivivere al tempo di già. Ecco, anche stanotte, l’ora della rugiada; che forse non è se non quella “ottima tenebria„ o quel “lucente tenebrore„ del povero gesuato in cui riecheggiava per le vie d’Italia il canto del tuo Iacopone.
Ognissanti, 1912.
G. d’A.